L’ARTE DI PIANGERE Lacrime da incorniciare

James Elkins ha chiesto a oltre 400 persone davanti a quali opere hanno provato maggior commozione. Le risposte sono diventate un appassionante saggio

Nizza 1942. Una giovane parigina, sfollata per la guerra in Costa Azzurra, interrompe la passeggiata in bicicletta per fermarsi dinanzi ad una vetrina ed osservare un dipinto di Maurice Utrillo raffigurante una stradina curva, una staccionata cadente di logore assi, un albero con poche foglie e un muro cieco. «Da quel quadro colavano tutto il grigiore e la mestizia delle banlieue settentrionali di Parigi», il quartiere tetro e scialbo dove era cresciuta. Nel risalire in bicicletta, si rende conto di avere gli occhi pieni di lacrime. Perché?
Quali sono le ragioni che spingono a commuoversi fino alle lacrime davanti ad un quadro? Non di rado accade che gli occhi s’inumidiscano nell’ascoltare un brano di un’opera lirica o di musica classica (Goethe non nascondeva, per esempio, il pianto nell’ascoltare Beethoven, debolezza che il musicista non apprezzava), oppure nell’assistere ad un film.
James Elkins, docente presso la School of the art institute di Chicago e tra i più quotati scrittori d’arte, ha condotto una singolare inchiesta. Mettendo avvisi su giornali e riviste e scrivendo a critici d’arte ed amici ha voluto sapere chi avesse pianto dinanzi ad un quadro. Le risposte sono state oltre quattrocento fra lettere e telefonate ed Elkins le ha commentate in Dipinti e Lacrime. Storie di gente che ha pianto davanti a un quadro (Bruno Mondadori, pagg. 275, euro 26, traduzione di Francesco Saba Sardi), brillante e appassionante saggio di esemplare chiarezza espositiva.
Dalle lettere ricevute dall’autore, alcune delle quali pubblicate in appendice al libro, sappiamo della debolezza di Hemingway per i quadri sentimentali (sia pure dopo lunghi flirt con la bottiglia), di una pittrice toccata dai colori, dalla vernice e persino dai chiodi che fissano le tele all’intelaiatura, di una donna che desiderava piangere di fronte a un dipinto senza riuscirvi, di una persona che si è commossa dopo esser tornata, diciassette anni dopo, alla Cappella Medici di Firenze per ammirare Michelangelo. «La Cappella era rimasta del tutto immutata durante quegli anni nei quali tante cose erano accadute. Non era cambiata, nel corso dei secoli da quando Michelangelo l’aveva creata».
Professor Elkins, le lacrime sono comunque misteriose, incomprensibili, come trapela della lettera che le è piaciuta di più: quella della donna che ha pianto davanti ad un quadro di Gauguin perché era riuscito a dipingere un abito rosa e trasparente e al Louvre, vedendo la Nike di Samotracia «perché non aveva le braccia, ma era tanto alta».
«Il piangere è un fatto personale, misterioso. Non ho voluto cercare di spiegare ogni cosa. La lettera che lei richiama è, del resto, incomprensibile. Forse potrebbe avere un senso piangere per la mancanza di braccia della Nike, ma quale relazione vi può essere tra il non avere braccia e l’essere tanto alta? L’altezza è forse fonte di emozione? Non posso spiegarmi ciò che ha scritto la mia corrispondente e neanche l’autrice della lettera è in grado di farlo. L’esempio dimostra come sia impossibile capire tutto».
Esistono poi persone che non riescono a piangere, come la signora che dinanzi a La lattaia di Vermeer confessa di aver sparso «lacrime asciutte»...
«Il mio libro non riguarda specificamente il pianto, ma le reazioni emozionali di ogni tipo dinanzi ad un quadro: il sentirsi stordito, perdere l’equilibrio emotivo, provare confusione. Le “lacrime asciutte” ne sono un esempio».
E che cosa pensa di coloro che nei musei o nelle gallerie d’arte compiono atti vandalici?
«Avrei anche potuto occuparmi dell’argomento. David Freedberg ha scritto un ottimo saggio su chi sfregia le opere d’arte con acidi, con coltelli o martelli. Avrei anche potuto parlare di chi si limita ad arrabbiarsi senza fare poi nulla: “una rabbia asciutta”. Stavo proprio leggendo un testo nel quale la storica dell’arte Rosalind Krauss si irrita con Lucien Freud, ritenendolo un pessimo pittore. Al solo pensarlo s’infuria. Per risposta ha scritto solo un saggio...».
Nel viaggio attraverso la commozione suscitata dall’arte lei ha dedicato pagine all’aridità, alla mancanza di lacrime nei nostri tempi, a differenza di quanto accadeva nel Medioevo, nel Rinascimento, nel Settecento e nell’Ottocento. Ciò riguarda soprattutto il sentimento religioso. Chi oggi potrebbe commuoversi di fronte ad un dipinto come La Madonna addolorata di Dieric Bouts?
«Sì, è vero, Dio è lontano dall’arte contemporanea. Me ne sono occupato lo scorso anno in un libro, non ancora tradotto in italiano, intitolato Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea. Penso che ciò sia l’aspetto più importante da affrontare scrivendo d’arte. Un artista può creare un’opera d’arte antireligiosa (come Andres Serrano), ma non una di devozione, a meno che non si accontenti di esporla in una piccola galleria d’arte, o in una chiesa. Se l’artista cerca una risonanza internazionale, non può dipingere quadri con tematiche religiose. Un problema enorme».
Lei sostiene di non aver mai pianto di fronte a un quadro, ma non ha mai avuto la sensazione che una lacrima stesse per cadere?
«Poche volte. Ho dedicato un intero capitolo all’Estasi di San Francesco di Giovanni Bellini, poiché è il quadro di fronte al quale mi sono sentito più vicino al pianto. Come molti altri critici e storici dell’arte ho provato emozione, ma non mi sono mai commosso. Ciò è comprensibile quando si parla di opere moderne o post moderne. Ci sono stati secoli nei quali gli artisti non si aspettavano che chi guardava le loro opere piangesse. Ottenere una forte emozione non era un obbiettivo nel Rinascimento, così come oggi. Non dico che le persone dovrebbero cercare di provare forti sensazioni quando osservano le opere di Sol Lewitt, o Raffaello. Ma se si guarda il lavoro creato da un artista che intendeva provocare una forte reazione emotiva in chi la guardava, e forse anche il pianto (per esempio Greuze, o Friedrich, o Rothko) e non si prova nulla del genere, abbiamo torto. Se uno storico ha trascorso tutta la propria vita a studiare uno di questi artisti senza mai piangere, allora sussiste la concreta probabilità che non abbia capito l’arte».