L’arte spigolosa non perde la memoria

Tommaso Casini

La lunga e prolifica esperienza artistica di Umberto Mastroianni ha lasciato un segno forte e indelebile nella storia della scultura italiana del Novecento. Il Museo del Corso - fino al 26 febbraio - dedica alla sua figura un’importante mostra con oltre 160 opere, in gran parte inedite al vasto pubblico: dalle sculture di grande formato alle opere di gioielleria.
Artista dotato di un’irrefrenabile senso per la forma e per la ricerca di nuovi materiali: usò metalli, legno, terracotta, carta, tela, gesso, con cui sperimentava il proprio linguaggio creativo, Mastroianni ha attraversato, da protagonista della scena artistica italiana, più di un settantennio del secolo scorso vivendo a stretto contatto con i fermenti, i drammi e il bisogno di riflettere sul senso profondo del fare arte.
Mastroianni era nato a Fontana Liri nel 1910 da una famiglia di artisti: il primo maestro fu lo zio Domenico che aveva lo studio a Roma, e come non ricordare suo nipote Marcello che prese la via fortunata del cinema.
Dal 1926, e per oltre quarant’anni, la sua città di adozione divenne Torino dove si formò e iniziò la sua carriera artistica a stretto contatto con il mondo intellettuale torinese, stringendo soprattutto una fortissima amicizia con il pittore goriziano Spazzapan, con cui condivise gli anni di apprendistato.
La mostra romana intende offrire un percorso tematico prima ancora che cronologico, attraverso un’ampia sezione dedicata alle opere del periodo informale (1957-1970), il più noto e famoso di Mastroianni, con le imponenti, spigolose e traforate sculture dedicate alla memoria delle vittime del bombardamento di Hiroshima, ma anche con gli straordinari omaggi a Boccioni e Spazzapan: cartoncini colorati graffiati con esuberante energia.
Agli inizi figurativi che mostrano l’attaccamento alla tradizione della scultura italiana è dedicata la seconda sezione della mostra con i volti, i nudi e alcune opere di tematica religiosa come il donatelliano bassorilievo in terracotta del 1930 «Madonna con bambino».
Fino al ’40 Mastroianni rielaborò il magistero degli antichi maestri mescolandolo alle novità europee degli artisti del suo tempo: Boccioni, Brancusi, Laurens, Zadkine, Moore. Esperienza fondante e drammatica per Mastroianni, come per gran parte degli artisti della sua generazione, fu tuttavia la partecipazione al conflitto mondiale, prima come soldato e poi come partigiano.
«Forse senza la violenta spinta della guerra - scrisse - la mia visione di armonia estetica della forma sarebbe durata più a lungo».
Nell’immediato dopoguerra Mastroianni riscoprì così il linguaggio cubista dando luogo ad una fase di ricerca formale geometrica che lo portò a vincere il Gran Premio per la scultura alla Biennale di Venezia del 1958 e a svolgere l’impegnativo compito di interpretare, con il linguaggio della scultura informale e in seguito con le sue celebri «macchine visionarie» degli anni Settanta e Ottanta, i monumenti pubblici di Torino, Frosinone, Urbino dedicati ai caduti della Seconda Guerra mondiale e della Resistenza.
La mostra rimarrà aperta al Museo del Corso (via del Corso, 320) tutti i giorni dalle 10 alle 20 (escluso il lunedì).
Informazioni allo 06.6786209.