L’artigiano che riportò in mare la nave romana

«In galera!» Non più solo un’imprecazione qualunquista, ma anche l’invito a quei passeggeri che potranno, fra qualche mese, salire su una liburna romana da guerra perfettamente ricostruita. Trentasette metri di lunghezza, 8,70 di larghezza (comprese le passerelle esterne), un metro e 30 di pescaggio, queste le misure della nave che il maestro d’ascia Francesco Carmosini ha cominciato a costruire nel 2001 su un terreno concesso in comodato d’uso dal Comune di Fiumicino, in Largo Falcone. Carmosini, classe 1933, oggi in pensione, è noto per aver diretto diversi cantieri lungo la Fossa traianea e per aver realizzato alcune imbarcazioni romane per ricostruzioni cinematografiche. Tuttavia il progetto più ambizioso l’ha riservato a quelli che dovevano essere gli anni del suo meritato riposo: «All’età di 18 anni, ebbi la fortuna di assistere ai ritrovamenti delle grandi navi romane durante i lavori per l’aeroporto di Fiumicino. Da allora ho avuto un’idea fissa: ricostruirne una».
Ispirandosi al modello realizzato negli anni ’30, conservato al Museo della Civiltà romana, all’Eur, Carmosini ha dato vita a un’impresa veramente titanica, considerato che gli operai sono appena nove volontari dell’associazione Magistri Schola de Navalis Artificium e che al tempo stesso sono anche i finanziatori del progetto. A parte i 45.000 euro di contributo erogati da Comune e Provincia, a parte qualche donazione privata, i 200.000 euro spesi finora, provengono dalle tasche dei carpentieri-sognatori. I materiali non sono certo a buon mercato. Il legno di quercia selvaggia per l’ossatura e il rovere per il fasciame costano circa 500 euro a metro cubo, e in grande quantità occorrono anche chiodi blindati, barattoli di colla ed ettolitri di vernice. L'ossatura dello scafo, il «becco ritorto» a prua, la cabina coperta, a poppa, con l’aquila romana, sono già pronti; nell’ultimo mese è stata completata la coperta e attualmente si sta lavorando al fasciame interno. Quello esterno è ancora da fare, così come gli alberi e la velatura. Sebbene il più sia stato fatto, per completare la nave, con il sottocoperta, il deposito di armi, i cento scudi sulle fiancate, il rostro eccetera, mancano ancora 2 milioni di euro.
Il sogno è quello di varare la nave in primavera, prima sul Tevere e poi in mare, facendole ripercorrere l’antica rotta fino al porto di Traiano, a Fiumicino. Non sarà difficile, per il viaggio inaugurale, trovare ottanta robusti giovanotti disposti a curvare la schiena sui banchi dei rematori, sia per l’entusiasmo rivolto all’iniziativa dai cittadini di Fiumicino, sia perché, contrariamente a quanto si vede nei film, l’inclinazione e il sistema di leva degli antichi remi era tale da ottimizzare il rapporto tra sforzo e rendimento. Non una passeggiata, quindi, ma neanche uno sforzo eccessivo. Le liburnae erano navi da battaglia molto più agili rispetto alle immense navi longae o alle grosse onerariae, navi da carico. Traducendo in linguaggio marinaresco moderno si trattava di corvette leggere utili per il trasporto truppe, per funzioni logistiche e di soccorso. L’ammiraglio Marco Vipsanio Agrippa le fece costruire per la flotta romana copiando le navi dei pirati originari della Liburnia e consentirono ad Augusto la vittoria su Marco Antonio, nella battaglia di Azio. Per adesso il cantiere di Fiumicino è visitabile dalle scolaresche, che rimangono incuriosite anche dalla fedele e funzionante riproduzione di catapulta romana.