L’artista del basket che scoprì Kobe Bryant

Il palleggio, arresto e tiro, l'entrata con quel braccio allungato oltre l'avversario per appoggiare al vetro e nel canestro, come quel pomeriggio al campetto del Greenwich Village di New York in cui segnò 66 punti «usando quasi solo il tabellone (di legno)», sono infissi nella dolce memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare, ma non sono nulla rispetto alle movenze verbali con le quali Charlie Yelverton può ancora spiazzare il suo interlocutore. Parlando di basket, di musica, di lezioni di vita e di politica, cioè di tutto se stesso, di uno che quando gli si chiede se voglia accennarci ad una dote che sfugga al solito binomio pallacanestro-sassofono con cui lo si identifica risponde semplicemente «so stare bene con la gente».
Quasi tutti i giorni, Yelverton insegna pallacanestro ai ragazzini della Robur Saronno, categoria nati tra il 1993 e il 1997: tra andata e ritorno da Miazzina, in provincia di Verbania, «dove c'è l'Eremo, l'ospedale per i poveri che devono percorrere l'ultimo miglio della loro vita», si fa quattro ore tra traghetto e treno, ma sono quattro ore di apertura mentale - come se Charlie ne avesse bisogno - e di apprendimento, perché approfitta del viaggio per «memorizzare i fraseggi», lui che per passione il sassofono lo ha sempre voluto prima suonare che studiare. Gli insegnamenti di base prima del gioco, e al gioco stesso propedeutici: da istruttore Yelverton fa così, e si addolora quando vede che troppi suoi allievi vorrebbero saltare quella fase. «Io insegno loro a fare canestro, prima di tutto, ma vedo che molti sono come computer, come videogame, vogliono giocare subito senza prima avere imparato i fondamentali del basket, e allora devo usare la psicologia. Continuamente, perché ogni ragazzo è diverso: può capitare che uno sovrappeso ti si presenti l'anno dopo alto e allungato e allora cambia tutto».
E dire che ai ragazzini basterebbe l'esempio del più illustre allievo di Charlie, Kobe Bryant. Andò così: Yelverton per 15 anni fu istruttore di un campo estivo in provincia di Lucca cui parteciparono come dimostratori anche Mario Boni e Andrea Niccolai, e un'estate lì si presentò Joe Bryant, che all'epoca giocava in Italia, con il figlio, allora dodicenne. «Joe si fidava molto, seguiva molto quel che dicevo, io prendevo la mano di Kobe per fargli capire psicologicamente l'importanza di quel che faceva ogni dito, gli spiegavo l'alfabeto del palleggio, e lui stava attentissimo. Qualche anno dopo, quando Kobe dal liceo è passato direttamente alla Nba, Joe mi ha telefonato per ringraziarmi e mi ha spedito uno scatolone pieno di maglie, scarpe e altri capi dello sponsor tecnico di suo figlio. Ricordo ancora le battute che facevo con la moglie di Joe, la chiamavo Chaka Khan (celebre cantante, ndr) perché secondo me avevano la stessa parrucchiera, ed ogni volta che la vedevo intonavo "I am a woman" in suo onore» dice Charlie, corredando il ricordo con le parole ed anche con la riproposizione in falsetto della gag.
La musica, ancora. Quel sassofono che da sempre è compagno di sogni e di concretezza quotidiana di Yelverton, e che pochi giorni dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 intonò l'inno americano prima della partita di un torneo a Omegna al quale partecipava anche Varese, la squadra alla quale il suo ricordo è maggiormente legato. «Sì, io ho perso quattro amici in quegli attentati, ero molto triste. La cosa peggiore è che l'ho saputo solo qualche giorno dopo, quando in televisione ho visto una commemorazione con tutti i nomi dei morti. Ho capito che erano loro perché tutto corrispondeva, cognomi e iniziali, e poi nel caso di uno, John Patterson, corrispondeva anche la banca in cui lavorava nel World Trade Center. John era un irlandese reduce del Vietnam, era piccolo ma fortissimo».
La menzione del Vietnam riporta all'episodio che costò a Yelverton la possibilità di una brillante carriera Nba, ovvero il rifiuto di ascoltare proprio l'inno americano prima di una partita, in segno di protesta per il trattamento che i Portland Trail Blazers avevano riservato ad un suo compagno di squadra anche lui afro-americano, Willie McCarter, cacciandolo per un banale episodio di indisciplina durante una pubblica cerimonia. «Ero arrabbiato per la cacciata di Willie e anche per le promesse mancate dal presidente Richard Nixon, che non aveva riportato a casa chi combatteva in Vietnam come aveva promesso, e allora dopo poche note dell'inno tornai a sedermi in panchina. Un gesto che rifarei, anche se ora probabilmente più che sedermi mi inginocchierei in ricordo di tutte le persone che sono morte».
E adesso, con un presidente afro-americano? «Per me le persone sono tutte uguali, non conta il colore della pelle. E poi non mi fido tanto dei politici. Con Obama c'è stata un'illuminazione carismatica ma la situazione è difficile e poi mi hanno deluso i primi passi. Non so se qualcuno di voi ha sentito l'intervento di Demond Wilson, l'attore diventato famoso nella serie tv Sanford and Son in cui faceva il "figlio" e che ora lavora anche nel sociale: è andato su Fox News e ha detto “vorrei sapere che bisogno c'era di spendere 150 milioni di soldi dei contribuenti per la cerimonia, sono soldi che avrebbero potuto essere versati al settore privato per aiutare tanta gente, visto lo stato in cui siamo ora”. Quella cerimonia sembrava Woodstock ma con un sacco di gente intorno a fare affari. E adesso anche Nancy Pelosi è venuta in Italia a incontrare i politici e il Papa, sprecando altri soldi. Per ora stanno facendo le stesse cose dei repubblicani, solo un po' meglio».
A proposito di politici, il suo amico Dino Meneghin lo è diventato, in qualità di presidente federale. «Sì, ma il presidente di prima aveva giocato a basket? No. Ecco, Dino sì e siamo già sulla giusta strada. Gli ho parlato di recente e gli ho detto che deve provare a ridurre a tre il numero di stranieri in serie A, ma lui non può fare tutto, ci sono tanti interessi intorno, specialmente quelli di chi dal giro di cartellini e giocatori ci guadagna. A loro della crescita del basket italiano non frega nulla, delle loro tasche sì, del resto ormai, rispetto ai miei tempi, la pallacanestro è diventata un business come il calcio: Siena è una grande squadra, ma sai dirmi un giocatore italiano che influisca davvero? Solo che se poi davvero riuscissimo a ridurre gli stranieri magari la Nba metterebbe su una sua lega satellite in Europa per dare spazio a loro».
Potrà sembrare strano che la difesa del giocatore italiano venga da chi, ormai trent'anni fa, beneficiò del raddoppio da uno a due degli stranieri che le squadre potevano utilizzare, ma anche questo dimostra il radicamento italiano di Yelverton. «Arrivai in Italia nell'estate del 1974 con la Riccadonna, la squadra di giocatori in cerca di ingaggio, ma all'epoca qui da voi era stato fatto il lavaggio del cervello ai dirigenti, l'americano lo volevano o alto e grosso o che segnasse 30 punti a partita, e allora fui preso come americano di Coppa, per la Coppa dei Campioni. Che con Varese conquistammo vincendo tutte le partite, non so se oggi questo sarebbe possibile. Fu perché volevo giocare che andai poi a Brescia, alla Pintinox. Purtroppo retrocedemmo, anche perché dovetti giocare più o meno in tutti i ruoli in quanto unico straniero, e ad un certo punto cominciai a ricevere telefonate di minaccia di ultrà che mi dicevano "guarda che noi siamo peggio del Ku Klux Klan"».
Da lì il ritorno a Varese, finalmente come secondo straniero, anche se era appena andato via, a Torino, l'allenatore che lo aveva voluto nel 1974, Sandro Gamba. «Per me è un papà, ancora il mio papi. Una delle persone più umili che io abbia mai conosciuto».