L’assolutismo fiscale, ecco il nuovo nemico

È certamente penoso che una questione cruciale quale è quella del rapporto tra il fisco e i cittadini venga spesso affrontata in termini del tutto superficiali, come sta ora accadendo in Italia.
Lo scontro tra quanti vorrebbero ridurre il peso dello Stato e quanti invece si entusiasmano ad ogni incremento delle entrate pubbliche non può essere però compreso se non si coglie come tutto ciò rinvii alla questione della centralità della società civile, uscita assai penalizzata da un secolo (il Ventesimo) che ci ha consegnato un Occidente dove più della metà della ricchezza viene legalmente sottratta a quanti la producono.
In questi giorni vi è chi ha giustamente rilevato che i Paesi liberi sono quelli che di tanto in tanto sanno ribellarsi. L’Inghilterra non avrebbe saputo contrastare l’avvento dell’assolutismo se non si fosse opposta ad una pressione fiscale spropositata, e lo stesso vale per gli Stati Uniti, che recisero i legami con la Madrepatria esattamente perché volevano difendere le loro libertà tradizionali.
Tutto questo è vero ed è giusto ricordarlo a quanti vorrebbero far coincidere la morale con la legge, e la giustizia con le decisioni prese dal Parlamento. È però egualmente importante sottolineare che tali episodi luminosi nella storia occidentale (si tratti della gloriosa rivoluzione inglese del XVII secolo come di quella americana del secolo seguente) videro all’opera uomini culturalmente consapevoli della necessità morale di dover resistere di fronte ad un potere sempre più oppressivo.
Questo, forse, è ciò che più manca oggi in Italia. Da noi si trova con facilità chi evade le tasse e chi le elude, ma molto meno chi ha compreso l’esigenza di modificare in profondità il rapporto tra noi e le istituzioni. Quanto era chiaro ai coloni americani di metà Settecento non è lo certo nell’Italia di oggi.
L’idea che l’uomo possegga diritti naturali inviolabili, che nessun potere (democratico o no) può mettere in discussione, è totalmente al di fuori del nostro dibattito pubblico, mentre continua ad essere in qualche modo presente nella cultura anglosassone, tanto segnata dal lascito di John Locke. Uno dei maggiori esponenti del liberalismo di secondo Novecento, l’americano Robert Nozick, ha messo in risalto che quando si tassa un operaio, un professionista o un imprenditore, quel prelievo forzoso di risorse rappresenta una forma di «lavoro forzato». Un linguaggio così duro non sorprende entro una civiltà che ritiene che le istituzioni debbano vivere del diretto consenso di quanti vi prendono parte. Ma da noi questa consapevolezza è quasi assente, com’è confermato dalle polemiche di questi giorni.
Al di là delle discussioni sulla «casta» e sull’antipolitica, al di là della pur più che giustificata insofferenza di fronte all’accoppiata Prodi-Visco e ben oltre l’esigenza stessa di avere al più presto un governo meno vampiresco dell’attuale, bisognerebbe che la controversia estiva sulla rivolta fiscale non si riducesse a un semplice invito a boicottare i «gratta e vinci».
Quanti hanno a cuore la libertà della persona e quindi ritengono che non ci sia giustizia dove un uomo usa violenza su un proprio simile dovrebbero iniziare a prendere sul serio taluni temi della tradizione più coerentemente antistatalista. Eliminiamo, quindi, sprechi e privilegi, facendo pure il possibile per dare un po’ di respiro alla nostra economia, asfissiata dalle imposte. Ma non dimentichiamo di porci domande più radicali e d’interrogarci seriamente sulla natura dello Stato moderno.