Al di là di certi limiti la vita non è più valida

Torna uno dei romanzi più belli di, Romain Gary, il grande scrittore francese dalla doppia identità suicidatosi nel 1980. Nei suoi libri l'angoscia e la decadenza di un'Europa che non crede più in se stessa

Nel 1975 Romain Gary si trovò di fronte a una strada che giudicò senza uscita. Aveva pubblicato un romanzo sotto falso nome, La vie devant soi, con grande successo di pubblico, decine di migliaia di copie vendute, e di critica, il premio Goncourt, il più prestigioso dei riconoscimenti francesi. Aveva pubblicato un romanzo sotto il suo vero nome, Au-delà de cette limite votre ticket n’est plus valable, e non era successo niente. Scriveva molto, Gary, e forse scriveva troppo, ma era dell’idea che la quantità fosse qualità e che uno scrittore non dovesse risparmiarsi, ma sprecarsi. In La vie devant soi, il protagonista era un ragazzino arabo di banlieu, la periferia dove si mischiavano le nazionalità e le lingue e la vecchia Francia bianca, sazia e stanca si ritraeva di fronte alla nuova Francia multietnica, povera e vitale. Nell’altro, l’«eroe», perché nei libri scritti con il suo vero nome c’era sempre un eroe in primo piano, per quanto disilluso e sconfitto potesse essere, era un ricco signore di sessant’anni, emblema di una grandeur pubblica e privata in disarmo: la nazione era invecchiata e lui con lei. Sessantenne era anche Gary, e ancora non se ne capacitava: era sempre stato un uomo da albe, ma ora non riusciva a vedere altro che tramonti.

Ironia del destino, l’aurora di speranze che il clamore a firma apocrifa suscitato in quell’anno faceva balenare, era in qualche modo offuscata dal silenzio toccato invece alla firma autentica: autore di lungo corso, Gary si accorgeva di essere ormai considerato un autore a fine corsa. Scrittore autobiografico sino al midollo, si rendeva conto che la sua esistenza letterariamente non riscuoteva più interesse. L’averne raccontata magistralmente un’altra di pura invenzione, avrebbe dovuto renderlo fiero per la creatività dimostrata, che è poi la ragion d’essere di ogni scrittore degno di questo nome. Ma in lui arte e vita erano troppo intrecciate per potersi accontentare soltanto della prima, e se la seconda non diceva più nulla a chi la leggeva, semplice lettore o critico militante che fosse, che senso aveva continuare a scrivere? Ancora cinque anni e poi decise che non ne aveva nessuno, così come non ne aveva nessuno continuare a vivere.

Au-delà de cette limite vostre ticket n’est plus valable, ha come titolo italiano Biglietto scaduto (uscito nel 1976 da Rizzoli, e ora ripubblicato da Neri Pozza, pagg. 224, euro 12), una traduzione corretta, ma in qualche modo traditrice, perché è proprio sul senso di limite che il romanzo poggia, sull’angoscia di sapere che oltre non si può più andare, ma rassegnarsi a stare all’interno di un confine stabilito da altri è umanamente impossibile e/o disastroso. Romanzo della decadenza, ovvero dell’impotenza, Romain Gary scriverà nel suo Vie et mort d’Emil Ajar, il pamphlet pubblicato post mortem nel quale svelava di essere lui Ajar, di essersi divertito a leggere e a sentire i commenti del mondo intellettual-mondano nei quali l’ascesa nel firmamento letterario del nipote, questa era infatti l’identità che con la compiacenza prezzolata di quello reale, Paul Pavlowitch, aveva costruito, veniva crudelmente messa in relazione al «grido di dolore» del più illustre zio. Nel Gary che si dichiarava vecchio, e si sentiva inutile, si aggiungeva il contrappasso del successo del suo parente più giovane, e naturalmente giovinezza e vecchiaia non erano soltanto un fatto anagrafico...

Eppure, a distanza di trenta e passa anni dalla sua uscita, Biglietto scaduto è molto più di un semplice romanzo sull’ossessione dell’invecchiamento maschile e forse anche questo spiega il perché della disattenzione con cui fu allora accolto. Era profetico, e quindi fuori tempo. Non ci si rese conto che Gary stava raccontando la decadenza di un continente nel momento in cui la crisi del petrolio e il completarsi del processo di decolonizzazione da un lato, le difficoltà economico-sociali e l’ideologizzazione dello scenario politico dall’altro disegnavano i contorni di un sistema di valori e di pensiero che non credeva più in se stesso. Alla metà degli anni Settanta, la gioventù europea delira per il Terzo mondo e disprezza il proprio, c’è un fenomeno di rigetto nei confronti delle istituzioni e i partiti e i politici che le rappresentano cercano di salvarsi navigando a vista, in attesa di consegnarsi a un potere economico che nel decennio successivo li svuoterà do ogni potere. È una crisi fatta di stanchezza e di cinismo, di equivoche istanze rivoluzionarie e di rivolta generazionale, di perdita di fiducia. È una crisi in cui alla difficoltà di mantenere un tenore economico da società industriale avanzata, si aggiunge l’illusione di utilizzare nazioni più giovani e più povere come semplice forza-lavoro, certi che, al di là di un tozzo di pane, non chiederanno nulla in cambio. Pagheremo tutto questo, dice Gary, pagheremo l’aver perso in creatività, il non avere più orgoglio, l’aver delegato alle multinazionali, il confondere l’economia con la politica, il pensare che gli sfruttati se ne staranno tranquilli al loro posto...

Profetico e quindi fuori tempo, dicevamo. Perché comunque Gary è per età, gusti, cultura, il campione di un’Europa che non c’è più e che alla metà degli anni Settanta suona retorica e sospetta: parla ancora di onore, fedeltà, rispetto, si commuove per la bandiera, crede in una certa idea di civiltà, è persino disposto a sacrificarsi per essa. E il suo Jacques Rainier che la incarna è così, è un combattente della vita come lo è stato della Resistenza, ha quell’ossessione della virilità tipica degli anni Trenta, una mascolinità non machista, ma egualmente datata, crede nelle differenze dei sessi, addirittura crede nell’amore... Trent’anni dopo, paradossalmente, il romanzo appare più moderno di quando uscì, perché molto di ciò che Gary aveva previsto si è verificato e perché nel frattempo è andato in pezzi quel sussiego pseudo-intellettuale tutto sperimentalismi, sovversioni antiborghesi, marxismi sparsi che allora lo aveva bollato come superato. Non ci sono più certezze ideologiche, politiche, psicoanalitiche e non ci resta che convivere con le nostre ansie e le nostre delusioni, le malattie e l’invecchiare, la paura della morte e l’illusione di un amore...

Biglietto scaduto è un Gary d’annata, nel senso che al suo meglio permette anche di perdonargli il suo peggio: verbosità, artifici retorici, frasi a effetto. E però, al contempo, malinconia e ironia, profondità psicologica, padronanza dei dialoghi. Oggi possiamo dire che nell’anno in cui trionfò sotto falso nome non aveva affatto sfigurato con quello vero.