«L’editoria? È come un grande puzzle»

«Pronto, so’ Fanucci l’editore de’ fantascienza» si presentò alla prima telefonata. Era molto arrabbiato per un articolo pubblicato sul Giornale che criticava la sua collana dedicata a Philip Dick. Mandò un intervento di replica, poi arrivò un’altra telefonata dell’addetta stampa: «Scusate, Fanucci ci terrebbe molto che pubblicaste anche la sua foto». Allibiti, pubblicammo pezzo e foto. Da quel curioso episodio è passato un bel po’ di tempo. Adesso Sergio Fanucci stampa 60 titoli l’anno e solo 5 sono di fantascienza. «Ma per tutti sono ancora l’editore di fantascienza», si lamenta. Oggi il suo catalogo spazia tra la letteratura di genere, i libri per ragazzi (la saga di Peggy Sue ha venduto 350mila copie) e la narrativa e ora ha pubblicato addirittura l’ultimo libro di Antonio Moresco, autore cult che i grandi editori snobbano.
Ma la fantascienza è sempre lì a soffiargli sul collo. E sarrebbe difficile il contrario, visto che quella è l’origine della sua fortuna. Il primo colpo furono nel 1994 le 120mila copie della serie di X-Files. Poi arrivò Philip Dick, che cominciò a pubblicare nel 1996. Con la tattica del gatto, piano piano è riuscito a comprare i diritti di tutti i libri di Dick, il primo vero amore. Ne ha 45: 5 raccolte di racconti e 40 romanzi e finora ne sono usciti poco più della metà. Ma la storia della fantascienza ha radici antiche, come vedrete.
Presidente del comitato dei piccoli editori, quarant’anni, occhialini rossi, grande amante del vino che regala e offre generosamente a ospiti e autori, Sergio Fanucci è una forza della natura, una bomba di energia. Fino all’anno scorso in casa editrice le riunioni si facevano a tarallucci e vino, nel senso letterale del termine, con la bottiglia e i bicchieri sul tavolo. Ora si è messo a dieta, e si procede a tarallucci (quelli non mancano mai, li porta il direttore della libreria) e succo di pompelmo. Una tristezza, ma ha perso dieci chili, anche se il suo fisico è sempre quello di un giocatore di rugby.
Per questo, dopo i big editoriali, siamo andati a frugare nei cassetti di un imprenditore che combatte dall’altra parte, sulle barricate della piccola editoria. Il nonno era Domenico Tramontana, che stampava libri scolastici e giuridici. Un caso studiato alla Luiss come esempio di massima redditività a minor costo: una quindicina di titoli, testi di ragioneria e cose simili, per più di un milione di copie l’uno. Insomma, con i libri il nonno aveva fatto un sacco di soldi. A questo punto entra in scena Renato Fanucci, che di mestiere fa il distributore e sposa Adriana, la figlia di Tramontana. Nasce la dinastia. Dice Fanucci junior: «Sono editore di terza generazione. In Italia siamo solo in due, io e Giovanni Ulrico Hoepli. Ho ereditato la casa editrice quando è morto mio padre nel 1990, con un buco di 700 milioni di lire. Avevo 25 anni e due scelte: fallire o rilanciare».
Ovviamente rilanciò e adesso il fatturato è di 5 milioni di euro, 33 volte quello iniziale. Racconta: «Mio padre aveva anche un’edicola a Roma in piazza Cola Di Rienzo: quando usciva Urania, si formavano dei capannelli di appassionati che stavano lì ore a parlare di fantascienza. Così, nel 1972, nacque la Fanucci editore».
Il ciclone romano di terza generazione, al di là delle apparenze, è molto attento al marketing e ai conti. Ha fatto tutti gli esami di Economia e commercio a Pavia, anche se non si è laureato. E di sè dice: «Sono un autodidatta letterario. In questi 15 anni da editore ho letto 150 libri l’anno. Leggo anche dall’inglese».
Tre libri a settimana, un lettore fortissimo. In quindici anni 2.250 titoli... Se non avesse ereditato la casa editrice, cosa avrebbe fatto?
«L’imprenditore, comunque. Sono nato per costruire qualcosa. A dodici anni stavo alzato fino alle due di notte per finire un puzzle».
Scusi, tra i libri e i puzzle c’è qualche differenza...
«Ma per fare i libri bisogna avere in mente di costruire qualcosa. Ci vogliono nuove idee e marketing. Io sono attento a tutto: la grafica, il prodotto, il lancio, ci vogliono investimenti, intuito. Sembra facile, invece no».
Si dice sempre: meno male ci sono i piccoli editori a fare cultura, perché i grandi pensano solo a fare soldi. È vero?
«Non è vero. Rompiamo questo schema. Per esempio la “Sis”, la collana degli scrittori italiani e stranieri della Mondadori fa molta ricerca e cultura».
Però lei pubblica Antonio Moresco e Gian Arturo Ferrari, direttore area libri Mondadori, ha dichiarato di non sapere neppure chi sia...
«Macché, Ferrari lo sa benissimo chi è Moresco. Ma gli piace far così. Una volta nel comitato di presidenza dell’Aie (l’Associazione Italiana Editori, dove i due rappresentano rispettivaemnte i piccoli e i grandi editori, ndr) mi fa: Dick, chi è Dick? Allora sapete che ho fatto? Gli ho mandato un pacco con tutti i libri di Philip Dick che ho pubblicato con sopra una bella scritta: Gian Arturo Ferrari, Mondadori, Segrate, Milano. Poi mi ha chiamato: bellissimo Philip Dick, grazie, che bello Dick...».
Gli ha mandato anche Moresco?
«No, una copia risparmiata».
Ma insomma, l’editoria deve fare cultura o soldi?
«Tutti e due. Studi dimostrano che con un forte messaggio sociale vendi anche di più. Io adesso sto lanciando una nuova collana dedicata ai teenager. È una sfida, perché è un segmento non coperto, le librerie non sanno neppure dove metterli. I temi sono l’amore per le ragazzine, la paura per i maschi. Vediamo come va... Anche alla base di un best seller inaspettato come Melissa P., c’è un fenomeno sociale. Però il best seller non è prevedibile, è una botta di fortuna».
Perché ha pubblicato Moresco? Come mai gli Scritti di viaggio, di combattimento e di sogno con Fanucci?
«Li ho scelti come esordio della collana di letteratura italiana, che racconterà il volto oscuro dell’Italia attraverso micro-storie e micro-problemi di rottura. Quattromila copie, non so quante ne venderò. Poi uscirà Batticuore fuorilegge di Tiziano Scarpa e ripubblico anche Il mondo nudo di Raffaele Crovi».
Ogni anno lei vende centomila copie di Dick, 60mila di Lansdale, 35mila di Jim Thompson, 35mila di Ruth Rendell, non le bastava? Che bisogno c’è di Moresco?
«I generi letterari mi stavano stretti, e il progetto editoriale sentiva l’esigenza di allargare anche alla narrativa, un settore dove le proposte sono tante e dove la sfida è più stimolante. Tra le varie sfide ho comprato una libreria a Piazza Madama, di fronte al Senato. Mi serve anche per monitorare il mercato».
Scusi, non era più economico commissionare una ricerca che comprare una libreria?
«No, fa parte soprattutto della mia strategia editoriale. La libreria è un’estensione della casa editrice. Un contatto con i lettori e gli autori. È l’ex “Antica Libreria La Sapienza” di Cesare Zavattini, uno dei cinque negozi storici di Roma. Vorrei che fosse la prima di una catena di librerie Fanucci».
Di chi è la colpa se i librai tradizionali spariscono?
«La responsabilità maggiore è dei grandi editori. E anche i librai hanno le loro colpe, perché stanno al gioco dei grandi. A Roma un pool di 12 librerie indipendente, che si chiama Arion, si sono consociate per contrastare le librerie di catena. È un ottimo esperimento».
Di chi è la colpa se sei italiani su dieci non comprano neppure un libro l’anno?
«Di chi educa, anche insegnanti e genitori, non stimolano a leggere. E poi è colpa dei governi, di destra e di sinistra: la legge sul libro è ferma da anni. Eppure basterebbe poco, per esempio poter scaricare dalle tasse lo scontrino fiscale dei libri».
I giornali fanno poco? Cosa pensa dei giornalisti culturali?
«Hanno un’occasione fantastica che però spesso sprecano. Sono molto targhettizzati. Ognuno ha la sua conventicola di riferimento, difficile rompere questo schema».
Lei in che conventicola sta?
«Io dalla parte dei libri».
L’autore che vorrebbe pubblicare?
«Pontiggia. Mi è sempre piaciuto e pubblicamente dissi che Nati due volte è un capolavoro. E lui mi scrisse un biglietto che ho incorniciato: “Caro Fanucci, ammirare un editore per il suo talento e scoprire in lui un’adesione così forte al mio romanzo: ecco il dono di oggi e di domani”. Lo ringraziai mandandogli del vino. Lui mi riscrisse: “Eccellente”».
Meglio un libro o un film?
«Meglio un libro».
Meglio un brutto libro o un bel programma tv?
«Meglio un bel programma. Però non saprei quale, non guardo la televisione da ventun anni».