L’editoria italiana ha nascosto le idee liberali

di La crisi culturale, economica, morale che investe il nostro Paese ha delle cause ben precise: una società fondata sul privilegio e non sul merito, sul corporativismo stratificato degli interessi e non sulla competizione, sull’ideologia che per anni ha portato a ritenere che il mercato fosse un male e l’intervento della politica nell’economia fosse la strada per correggere le iniquità e fondare una società più giusta, che la libera impresa fosse un’entità da imbrigliare e tenere sotto controllo piuttosto che un potente fattore di innovazione e di energia positiva, che lo Stato dovesse diventare sempre più grande e le politiche di debito pubblico avrebbero garantito un benessere diffuso. Sappiamo tutti che queste ricette hanno fallito. Ma lo scarso appeal che parole e concetti come merito, competizione, società aperta hanno avuto nella scuola e nella società italiane è ben più clamoroso ed è il riflesso di un’egemonia culturale che è passata anche attraverso l’editoria libraria, dove per decenni si è vissuto un ostracismo nei confronti di autori e teorie non ritenuti politicamente corretti. La storia editoriale italiana del dopoguerra è fin troppo nota per essere ricordata. Un’élite culturale ha dominato il campo decidendo cosa pubblicare e cosa non pubblicare dettando i canoni per porre una linea di demarcazione netta tra ciò che era politicamente ed editorialmente corretto e ciò che non lo era. Nel catalogo di molte case editrici, i cui meriti culturali non sono in discussione, non c’era tuttavia spazio per titoli che fuoriuscissero da precise ortodossie. Bisogna chiedersi quanto quell’editoria in gran parte militante abbia contribuito alla circolazione delle idee e quanto, al contrario, abbia impedito, attraverso scelte improntate a precisi canoni ideologici e a censure, la circolazione delle idee «altre». La sensazione è che quelle case editrici fossero agenzie di educazione culturale e di omologazione e che i loro cataloghi non denotassero apertura, confronti, aggregazione di più visioni del mondo, ma sovente chiusura, ostracismo e ortodossia. Il progetto editoriale portato avanti dalla Rubbettino muove proprio dalla constatazione che gran parte dell’editoria italiana ha reso difficile quella disputa tra idee che solo può arricchire la vita morale e intellettuale di un popolo, ignorando i grandi pensatori liberali, quelli che grazie a Dario Antiseri e Lorenzo Infantino, cui si sono aggiunti Massimo Baldini e Sergio Ricossa, abbiamo proposto al pubblico italiano con la collana «Biblioteca austriaca». Intellettuali, tra gli altri, del calibro di Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek. Proprio quel von Hayek de La via della schiavitù e altre opere fondamentali citato a più riprese da David Mamet e la cui lettura, come lui stesso scrive, ha costituito una vera e propria «rivelazione». Coprire dunque un vuoto culturale che ha per lungo tempo nascosto a intere generazioni i più preziosi contributi degli studiosi che più hanno gettato luce sulle dinamiche della società aperta, sull’economia di mercato, sullo spirito innovativo dell’imprenditore, sui principi della cooperazione inintenzionale che si ha in una società libera e su ciò che rende tale società superiore a ogni esperimento interventistico e pianificatorio. Collane e pubblicazioni che insieme alla tradizione austriaca valorizzano il filone del cattolicesimo liberale, dell’economia sociale di mercato, del realismo politico, delle opere di impegno civile contro quel fenomeno illiberale che sono le mafie e che sono nate, come ha scritto Dario Antiseri, dalla constatazione che «prediche sulla libertà ne esistono tante, ma ciò di cui c’è più bisogno è una teoria della libertà». E così ho visto la mia impresa crescere assieme alle idee alle quali ho creduto e dato spazio, quando non vi erano molti in giro disposti a investire in esse neanche poche lire. Tra la storia imprenditoriale della Rubbettino e quella dei libri che ha prodotto si è venuto a creare un rapporto simbiotico. La nostra storia, infatti, è stata anche la traduzione concreta dei principi che i volumi di Mises, Hayek, Popper hanno divulgato e promosso. Quegli stessi principi che in Italia hanno ancora scarsa popolarità e cittadinanza, forse proprio a causa della storia editoriale del nostro Paese. Ma che se conosciuti e studiati, come accaduto a Mamet, possono aiutare molti a risvegliarsi dal sonno della ragione.
* editore