L’educazione non solo sentimentale del giovane Jason

Si farebbe torto a questo bel romanzo dell’inglese David Mitchell dicendo che A casa di Dio (Frassinelli, pagg. 433, euro 18) è «un risultato imponente», con «un cast di personaggi fantastico», come strilla la quarta di copertina. D’accordo che l’iperbole è l’anima del commercio, ma è un po’ come se si cercasse di vendere un film di Eric Rohmer descrivendolo come la trilogia del Signore degli Anelli. Questo romanzo è quanto di più lontano possibile da un kolossal. È un’opera intimista, che dichiara la propria paternità spirituale nel romanzo del primo ’900 Le Grand Meaulnes di Alain-Fournier, più volte citato nel libro.
Delicato e profondo, non c’è altro modo per definire il tratto con cui Mitchell sceglie di descrivere l’aprirsi all’adolescenza di Jason Taylor, negli anni del governo Thatcher e della guerra delle Falkland, e sullo sfondo di un paese, Black Swan Green, che agli occhi di Jason sembra immenso come un regno da fiaba, e che in realtà nelle ultime, intensissime pagine del romanzo, quelle in cui il protagonista lascia per sempre i luoghi della propria infanzia, si riveleranno un posto minuscolo, un paesaggio in una boccia di vetro, di quelle con la neve dentro. «Tutto il bosco sono solo pochi acri, sai. Due o tre campi da calcio, massimo. Non proprio l’Amazzonia. Non proprio la foresta di Sherwood». È solo la fantasia di Jason ad allargare i confini del piccolo paese del Worcestershire, fino a farlo diventare grande come e forse più del mondo. Entro quei confini limitati e al tempo stesso immensi, Jason dovrà lottare per superare le paure dell’infanzia: la balbuzie perennemente in agguato, il rapporto incrinato fra i genitori, le angherie dei bulli della scuola, il mistero delle ragazze. Un mondo che tutti abbiamo attraversato, e di cui portiamo i segni nei nostri cuori di adulti, come cerchi di crescita.
Scrivere un libro così, dopo le vette virtuosistiche e i paradossi cosmici dell’indimenticabile L’atlante delle nuvole, può sembrare un suicidio: qualsiasi autore meno dotato di Mitchell sarebbe precipitato come Icaro. Mitchell no: la sua audace scommessa è totalmente vinta. Senza colpi di scena, senza trovate da kolossal, il romanzo si fa leggere sino alla fine. Sino a portare il lettore alla scoperta del vero mistero di Black Swan Green. Che proprio nel momento del realismo, dell’aprire gli occhi, l’autore riesca a distillare il punto più alto di magia, è cosa che incanta e cattura. Una notte da soli nel bosco, un litigio fra i genitori, una scena di sesso spiata dai rami di un albero, la paura della Bomba, una festa da ballo della scuola, un incidente, la morte in guerra di un giovane marinaio: tante, tantissime cose, che da sole contano poco ma che intrecciandosi formano il tessuto dell’uomo, l’esperienza vitale della crescita, mai così ben descritta come in questo libro. Come perfetta è la ricostruzione di quegli anni, così vicini e al tempo stesso così strani e remoti ai nostri occhi di oggi.
Al lettore che saprà abbandonarsi al ritmo apparentemente placido della narrazione, il libro riserverà grandi sorprese, e un’ancor più grande emozione. A casa di Dio è un elegante acquerello tagliato da squarci imprevisti, come una tela di Burri. È la perfetta intuizione di cosa sia il passaggio dall’infanzia alla maturità, lo scorrere del tempo per un giovane uomo e per il mondo. Un libro a cui tornare, nel tempo: l’equivalente, per i nostri anni, di ciò che per altre generazioni sono stati Le Grand Meaulnes, o Il giovane Holden di Salinger.