L’enciclopedico patriarca della cultura

Era alto, solenne, imperioso. Ma anche un uomo di grande cuore. Compì un solo atto di prepotenza, contro un editore. Il suo assassinio è una pagina nera della storia italiana

In gioventù, fu così attraente da essere considerato un pericolo. Gli accadde a Napoli candidandosi come insegnante all’Istituto Suor Orsola Benincasa. Visto il gigantesco professore col suo bel pizzo, le suorine scartarono l’idea di assumerlo per timore che le allieve se ne innamorassero e, più in generale, che portasse scompiglio in convento. La prudenza non è mai troppa, ma in questo caso era fare torto alla serietà del docente.
Il ventisettenne era un uomo di superiore austerità e altissimo senso del dovere. Era già sposato con una fanciulla di Campobasso, dove aveva insegnato in precedenza, e padre di due dei sei figli che avrebbe complessivamente avuto. La multifigliolanza era prerogativa di famiglia, giacché egli stesso era l’ottavo di dieci fratelli di una dinastia della Sicilia meridionale.
Fortunatamente per il Nostro, che aveva un’autentica vocazione all’insegnamento, non tutto il sistema scolastico dei primi ’900 era affetto dalle ubbie delle Orsoline napoletane. Quello rimase il solo rifiuto che subì. Poi, Licei e Università fecero a gara per accaparrarselo. Fu un magnifico docente negli Atenei di Pisa, Palermo e Roma. Insegnò per 40 anni, ebbe uno stuolo di allievi, creò una propria scuola, primeggiò come organizzatore culturale.
Oltre che di fervido ingegno, era un grande organizzatore degli studi e detestava l’inefficienza. Salì a tale prestigio da potersi permettere quello che non aveva osato nessuno, pur essendo lo scandalo sotto gli occhi di tutti. Mise il naso nell’Accademia della Crusca che dal 1843 si gingillava con la quinta edizione del Vocabolario della lingua italiana senza completarlo. Lo Stato finanziava l’opera, ma nulla facevano i cruscanti per scuotersi dal dormiveglia. Allora il Nostro, che ne aveva l’autorità, tolse alla Crusca l’incarico, bloccando il Vocabolario dove era arenato: alla lettera «O».
Il carattere era imperioso, ma l’uomo di cuore. Visse con semplicità nonostante gli onori che lo circondarono, soprattutto, durante il fascismo. Guidò la famiglia patriarcalmente, lesinando la lira. Un giorno, il caporedattore del romano Messaggero della Domenica, Luigi Pirandello, chiamò uno sbarbatello apprendista al giornale, Orio Vergani, destinato a gran carriera, e gli disse: «L’articolo del professore “cresce” di cento righe. Io non oso tagliarlo. Vacci e pregalo di farlo lui». Il diciottenne obbedì, il cuore in gola, timoroso delle reazioni dell’illustre docente. Si presentò spacciandosi per fattorino perché «ambasciator non porta pena». Era l’ora di pranzo e il patriarca stava circolarmente versando la zuppa alla nidiata. «Dovrai attendere che si finisca di desinare», gli disse l’omone accettando di buon grado la mutilazione richiesta e aggiunse: «Alla tua età avrai fame. Siedi». Ordinò ai suoi ragazzi di fare posto al nuovo venuto, gli dette una scodella piena e il pane da inzuppare nel brodo. Tra un boccone e l’altro, il Nostro tagliò le cento righe. Il lavoro era finito quando arrivò la frutta, otto pesche contate per i sei figli e i genitori. «Prendine una», disse il capo famiglia all’ospite. «Scappo con l’articolo. Siamo in chiusura», ribatté Vergani per delicatezza. L’uomo gli sorrise e replicò: «A me e a mia moglie, basta una pesca. Mangerai la tua per le scale. Va’». E gli porse l’articolo e il frutto.
Che si ricordi, fu l’autore di una sola prepotenza. Ma con una sua intima logica. Al geniale editore, Fortunato Formìggini, era nata l’intuizione di creare un’enciclopedia italiana sul modello della Britannica. Allo scopo, aveva eretto una Fondazione, parzialmente finanziata dal governo. Il Nostro si mise però di traverso. Non perché l’idea non gli piacesse. Tutt’altro. Ma, secondo lui, un’opera di tale mole non doveva essere lasciata a un privato. Toccava allo Stato accollarsela sotto l’egida del Fascismo appena instaurato. E chi più degno di guidare l’impresa se non lui, massimo esponente dell’università e intellettuale stimato dal Duce?
Fu così che il Nostro, per far desistere Formìggini, lo accusò di pastrocchi contabili, gli rubò l’iniziativa e realizzò in proprio l’opera grandiosa. L’infelice editore piegò la testa, ma scrisse un libro sarcastico sul suo persecutore. Prendendo per i fondelli la sua celebre concezione del mondo, la riassunse così: «Il pensato è impensabile perché pensato e pensato perché impensabile» e, giocando sul nome della dottrina, detta dell’Atto puro, aggiunse con riferimento allo scippo e al suo autore: «Basterebbe che, con la scusa dell’atto puro, egli non facesse atti impuri».
Altro male il Nostro non fece. Nel conflitto ’40-45, temendo la guerra civile, si adoperò perché gli italiani restassero concordi e si battessero fino in fondo. «Saremo più rispettati - scrisse - se resteremo un popolo unito e fiero anche nella sventura e nella sconfitta». Cadde vittima di uno dei tanti omicidi politici tra guerra e dopoguerra. Il suo maturò nell’ambiente industriale: mandante fu il proprietario della nota fabbrica di pelati Arrigoni.
A 61 anni di distanza, l’Italia, che ha intestato una strada al suo assassino, non ha trovato la pietà di dedicarne una a lui.
Chi era?