L’energia sporca alimenta il cancro

«Studiando il corpo umano nella sua complessità avremo grandi risultati dalla ricerca farmacologica. Dobbiamo smettere di analizzare i problemi di ogni singolo organo, l’uomo va considerato nel suo complesso e la vita è una interconnessione tra le strutture e l’energia». Con queste parole Claudio Cavazza, presidente di Sigma-Tau, vicepresidente di Farmindustria, da decenni impegnato nella ricerca farmaceutica a livello internazionale, illustra le nuove strade che la farmacologia deve intraprendere per combattere alcune delle più gravi malattie che affliggono l’umanità, come quelle neurodegenerative, i tumori, le patologie dell’invecchiamento.
«Il 60 per cento della ricerca è destinato da anni alle terapie anti-tumorali, ma non abbiamo ottenuto grandi progressi perché abbiamo sempre cercato un farmaco in grado di colpire uno specifico bersaglio e non il riequilibrio del nostro organismo. La produzione energetica è alla base della vita della cellula. Le alterazioni che si possono verificare nel mitocondrio, che fornisce energia, sono all’origine di molte disfunzioni e di malattie legate all’età e a varie forme di cancro. Il mitocondrio è il legame tra l’ambiente esterno ed i nostri geni. Quando la cellula tumorale non riceve il corretto fabbisogno energetico, o ne ottiene solo una parte e con troppi residui, si altera il metabolismo e la cellula inizia a replicarsi all’infinito evitando di suicidarsi (apoptosi), e genera forme neoplastiche».
Il 76% dei farmaci sviluppati negli ultimi venti anni - secondo un articolo di John Overington pubblicato su Nature - si riferisce a ricettori scoperti più di trenta anni orsono e solo il 6% è frutto di ricerche recenti. Nel 2010 si stima che in Italia vi saranno oltre due milioni di persone che vivono o hanno vissuto (cancer survivors) l’esperienza di una malattia neoplastica. La mortalità per tumore diminuisce, ma essenzialmente per la modifica degli stili di vita e per le diagnosi precoci, raramente per i trattamenti chemioterapici. Troppe volte i farmaci antitumorali ottengono risultati insoddisfacenti ed in molti casi, nei pazienti no-responders (sono il 50% di quelli trattati) non si registra un beneficio significativo. La farmacologia sta vivendo un grande passaggio, un cambiamento storico. Nel 1909 lo scienziato tedesco Paul Ehrlich (Nobel per i suoi studi immunologici nel 1908), a Francoforte sul Meno, curò le lesioni sifilitiche di un coniglio iniettando un preparato efficace contro la treponema. Nacque così la chemioterapia: costruire «pallottole magiche», cioè componenti chimici artificiali in grado di uccidere i microbi. Allora gli effetti collaterali erano drammatici, ma giustificati dalla guarigione. Le industrie tedesche di coloranti iniziarono l’attività farmaceutica: la Bayer, la Basf, la Hoechst cavalcarono il loro sviluppo. Cominciò la corsa alla scoperta di una sostanza dotata di attività farmacologica. La disfunzione mitocondriale altera i meccanismi energetici e porta ad un disequilibrio dell’organismo. I pazienti con Alzheimer registrano una caduta del 45% nell’impiego del glucosio. «Se in uno scooter mettiamo una miscela con troppo olio rispetto alla benzina il motore perde colpi e rischia di fermarsi. Così il nostro organismo - aggiunge Cavazza - ha bisogno della giusta energia. Se contiene troppe scorie perde efficienza, si ammala. La ricerca farmaceutica inizia a considerare oggi il paziente nel suo insieme, costituito da tanti equilibri che vanno preservati. I centri di ricerca farmacologica all’avanguardia nel mondo, soprattutto quelli statunitensi, puntano alla farmacogenetica, cioè alla risposta individuale alla somministrazione di un farmaco. In America si afferma: trattare il giusto paziente, al momento giusto, con la giusta dose, con il farmaco giusto (to cure the right patient at the righet time, with the right dose, of the right drug). È un grande cambiamento. «La terapia - precisa Cavazza - va personalizzata su basi biologiche molecolari, farmacologiche e immunologiche».
La Regione Lombardia ha cercato di favorire questo cambiamento realizzando una Rete oncologica lombarda (ROL), cioè dando vita ad una rete tra i Centri di eccellenza (Istituto dei tumori e centri universitari) ed ottanta divisioni oncologiche ospedaliere. Anche sul piano nazionale l’Istituto superiore di sanità cerca di dar vita ad una task force coordinata con molteplici sinergie.