L’enigma pagano della «Tempesta»

O ggi stesso, mentre mi trovavo ancora nelle Gallerie dell’Accademia per la mia quotidiana contemplazione del dipinto, ho notato una persona che avevo già visto il giorno prima e il cui aspetto mi sembrava familiare.
Certi frequentatori di musei hanno un comportamento particolare: assomigliano a quei fedeli che entrano nelle chiese vuote, che non partecipano alle funzioni religiose, che evitano l’altare maggiore e camminando furtivamente, a testa bassa (non per devozione o umiltà, ma si direbbe per paura di essere riconosciuti), si recano presso qualche nicchia nascosta a portare un breve saluto a una santa a cui sono devoti. Vi restano per pochi minuti, raccolti in preghiera, e poi escono così come sono entrati. Sono gli emarginati della fede, forse neppure credenti, o non del tutto credenti, forse scomunicati dal Santo Uffizio, ma in quel luogo mistico hanno ancora qualcuno di cui fidarsi e a cui fare appello.
Quest’uomo, quindi, è un devoto della Tempesta e so con certezza che anche lui mi ha notato e che presumibilmente si fa su di me le stesse domande, e presto tornerà per sincerarsene. Forse sarebbe stato il benvenuto tra i giorgionisti della nostra Compagnia d’un tempo.
A quel tempo fu inevitabile coinvolgere nella nostra ricerca altre persone.
È davvero sconcertante scoprire a volte come il moto centripeto della mente diventi un potente magnete che attira il proprio simile, sia in forma di scritti e dipinti, sia di persone in carne ed ossa. Anche lui è certamente un adepto.
Così li chiamavo un tempo: gli adepti della Compagnia di Giorgione, ed erano quattro o cinque di loro che si erano appassionati alla nostra ricerca. Credo anche che tutti fossero stati, prima di me, innamorati di Olimpia, e, come ultimo arrivato, mi guardavano con sospetto, formando attorno a lei una sorta di cordone di protezione.
Questi suoi amici si comportavano come fossero i suoi fratelli maggiori, si intromettevano sempre tra di noi e, quando sedevamo attorno al tavolo di qualche osteria, si piazzavano in modo che io le restassi il più lontano possibile; quando ci lasciavamo c’era sempre qualcuno che faceva la nostra stessa strada e si appiccicava quanto più a lungo poteva.
Uno di loro arrivò al punto - e parlo del tempo in cui avevamo deciso di vivere assieme - di chiedere ospitalità presso di noi, che già ci sentivamo stretti in un appartamento di sessanta metri quadri, e vi restò per due settimane.
Il loro maggior impegno riguardava l’interpretazione della Tempesta, o meglio, l’adesione personale di ciascuno di loro a una delle innumerevoli interpretazioni che di quel dipinto erano state date nel corso di cinquecento anni. Bene, seguendo la nostra stessa direzione, che in quel percorso conoscitivo non aveva una meta precisa, né un sicuro premio finale, parecchi si erano accodati.
Di quelle persone ricordo in particolare uno che chiamerò con il solo nome di battesimo: Giacomo. Dopo aver interrotto il suo noviziato in un convento benedettino e dopo essere stato studente di medicina, senza per altro arrivare alla laurea, lavorava in un’osteria a poche centinaia di metri dalla chiesa sconsacrata di San Basso, nei pressi di San Marco.
In tutti quelli che hanno abbandonato la vita religiosa c’è un comune denominatore, un qualcosa che li distingue e che, vuoi dai movimenti, vuoi dalla voce o dallo sguardo, non riescono a nascondere del tutto. È una sorta di passione repressa, la loro, sepolta in un passato che li ha segnati per sempre. Per quanto abbiano rinunciato al loro abito, se lo sentono ancora cucito addosso, come certi mutilati che asseriscono di aver sentito per lungo tempo la presenza fantasma dell’arto mancante.
Nel loro parlare, di solito forbito e assolutamente privo di espressioni volgari, spuntano di volta in volta delle parole chiave, come sacro, sacralità, indulgenza, fede, e non di rado le loro frasi sono infarcite da alcune citazioni in latino.
Non perdono mai la calma, non agitano le mani e anche quando si infervorano in qualche discorso profano, le tengono sempre conserte come in preghiera.
È sicuramente un atteggiamento di cui neppure loro si accorgono.
E questo non li rende sicuramente migliori. Anzi, spesso sono malvagi e traditori ad onta dei loro trascorsi, ma hanno, come dire, il vezzo di darti la loro benedizione prima di inferire il colpo mortale.
Non mi riferisco a Giacomo, naturalmente, perché sicuramente apparteneva alla categoria dei puri di cuore. Era di qualche anno più giovane di me, di statura alta e di corporatura massiccia, con un volto delicato che aveva conservato qualche tratto infantile.
Del perché avesse abbandonato l’abito del novizio per indossare quello dello chef de cuisine non ci fu mai dato di sapere.
E quando, abbandonati i fornelli, si sedeva al nostro tavolo, con un canovaccio avvolto alla vita e rimboccandosi le maniche della sua giacca di cotone, costellata da spruzzi d’olio e di salsa, per cominciare a dissertare di filosofia, stentavamo da principio a prenderlo sul serio.
Era lì, nella trattoria di Castello dove lavorava, che ci riunivamo di frequente, e lui stesso ci preparava da mangiare, allietandoci con un tripudio di cicchetti e di calamari fritti, innaffiati da un ruspante rabosetto.
Anche se noi tutti avevamo il conto aperto, in realtà, essendo notoriamente io il più facoltoso, per una regola inventata lì per lì e chissà quando, mi vedevo presentare frequentemente il conto della cena.
Giacomo diceva di essere un affiliato rosacroce. Dell’Ocean Side, teneva a precisare, alludendo all’esistenza di una corrente scismatica che aveva la sua sede nella California meridionale.
Sosteneva che Giorgione era stato un iniziato rosacroce ante litteram, e un giorno, a riprova delle sue convinzioni, ci fece vedere un libro in cui erano riportati tutti gli antichi simboli della fratellanza rosacrociana. Un’allegoria in particolare mostrava una strabiliante somiglianza con la Tempesta di Giorgione.
In primo piano, sulla sinistra, c’erano due colonne spezzate, e un corso d’acqua le attraversava dirigendosi verso una valle in cui sorgeva una torre lontana. C’era poi una colomba che spiccava il volo verso quella torre, ma ciò che più mi colpì fu il fatto che il cielo apparisse squarciato da una saetta. In quello squarcio di luce vi appariva anche una croce, che secondo Giacomo non aveva nulla a che vedere con il simbolo cristiano.
Asseriva convinto che Giorgione si era ispirato a quell’antica allegoria appartenente a un periodo precristiano, e che l’avesse elaborata e opportunamente camuffata aggiungendoci le due figure umane. Le torri erano diventate sette, l’uccello non era in volo, ma, nel dipinto, si era posato sul tetto di una delle torri, e non era una colomba, ma un pellicano, simbolo del sacrificio e dell’organizzazione psichica dell’uomo, capace di aprirsi alla luce della conoscenza.
Giacomo, da buon occultista e mistico, credeva strenuamente nella potenza creativa del pensiero, in grado di collegare l’immaginazione alla percezione sensibile del mondo. E in seguito a questo suo convincimento, successe una strana, stranissima coincidenza.
Nel corso di una delle serate passate accanto al fuoco, Giacomo, che già era al corrente della nostra ricerca degli inediti, disse che se ci fossimo concentrati tutti e quanti sull’unica idea di trovare le pagine smarrite di Henry James, facendo appello a tutta la nostra forza interiore, qualcosa sarebbe accaduto.
Decidemmo di provare.
Tutti si prestarono all’esperimento con grande entusiasmo. A quella seduta di concentrazione collettiva, che durò una decina di minuti, mi unii anch’io con atteggiamento, se non proprio scettico, direi piuttosto divertito.
Ebbene, non passò neppure una settimana che quel «qualcosa» accadde.