L’epopea dei Kennedy al capolinea: dal 2011 nessuno di loro al Congresso

Nessuno ha chiesto a John David Duty se preferisse morire con un veleno per uomini o con uno per animali. Perché non fa differenza. Scegliere l’arma del boia non cambia il destino di un condannato a morte. Diranno che è stato ucciso come una bestia. Qualcuno, anzi molti, l’hanno già detto. Perché questo signore di 58 anni è stato il primo condannato alla pena capitale a essere stato ammazzato con una sostanza usata finora per abbattere gli animali, mai iniettata prima nelle vene di un essere umano. Scandalo, allora. Ma che cos’è scandaloso la pena di morte in sé o il mezzo con cui viene procurata? Perché l’impressione adesso è che il secondo diventi più importante della prima. Una follia collettiva incomprensibile. Un’ipocrisia assurda. A McAlester, in Oklahoma, dove hanno fatto percorrere il miglio verde a Duty, prima si uccideva con il classico cocktail letale. Era l’insieme di tre sostanze che, una dopo l’altra, venivano iniettate nell’organismo del condannato. La prima aveva il compito di sedarlo, la seconda di paralizzarlo e solo la terza ne provocava la morte immediata. Da mesi però questo metodo è entrato in crisi, vista l’impossibilità di reperire sul mercato il primo composto, il Sodium Thiopental, diventato ormai introvabile. L’unica azienda farmaceutica che lo produce in suolo americano, la Hospira, ha da tempo esaurito le sue scorte. I rifornimenti riprenderanno l’anno prossimo. Così tanti stati hanno deciso di rinviare le loro esecuzioni. Altri invece, con l’autorizzazione del governo, hanno pensato di importare il farmaco dall’estero. C’è poi il caso dell’Oklahoma, che ha messo a morte Duty con il pentobarbital, un potente anestetico utilizzato dai veterinari per l’eutanasia sugli animali.
Ecco, la domanda è sempre la stessa: ma che differenza fa? La verità è che il veleno che usi è soltanto un dettaglio, un piccolo aspetto di un’enorme questione. Uccidere un uomo, per quanto criminale sia, è una vergogna che l’umanità non riesce ancora a cancellare. Duty meritava di essere punito certo: nel nel 2001 aveva strangolato con una laccio di scarpa il suo compagno di cella, Curtis Wise, un giovane di appena 22 anni. Era rinchiuso nell’Oklahoma State Penitentiary dal 1978, quando venne condannato a tre ergastoli per stupro, rapina a mano armata e tentato omicidio. I suoi avvocati hanno cercato sino alla fine di ottenere una moratoria, puntando tutto sulla «crudeltà» di questo metodo mai «sperimentato» prima sugli esseri umani, appellandosi direttamente alla Costituzione americana secondo cui le esecuzioni non devono essere «crudeli e inusuali». Ma che crudeltà? O meglio qual è la crudeltà? Perché il paradosso di questa storia e dell’interpretazione che ne danno gli avvocati della vittima è che se Duty fosse stato ucciso con quel mix di tre farmaci nessuno avrebbe protestato. Questa è la follia che ci trasciniamo: assuefatti alla morte, ci incaponiamo soltanto nel decidere come sia meglio che qualcuno ci uccida. Ma si può? È come vedere il mondo dal buco di una serratura: cogli un aspetto piccolo di una faccenda enorme.
Il veleno per topi che hanno usato per la prima volta non è più cattivo della sedia elettrica o dell’altro liquido che veniva iniettato fino a poco tempo fa. Ma ci illudiamo che sia così, soltanto per trovare un pretesto per manifestare il dissenso per qualcosa. Solo che invece di riflettere sul tema generale ci si butta sul granello di sabbia cercando di spaccarlo in quattro, otto e sedici pezzi. L’avvocato che ha cercato di far fermare l’esecuzione avrebbe dovuto combattere perché l’Oklahoma e molti altri stati americani cancellino dal loro ordinamento la pena capitale. Non fare il piccolo chimico. Perché la differenza tra la vita è la morte c’è. Ed è enorme.