L’«equivicinanza» diventa dottrina col vertice di Roma

Gianni Baget Bozzo

Rifondazione Comunista chiede, per bocca del suo segretario Giordano, il voto di fiducia sul disegno di legge relativo alle missioni militari e, in particolare, all’Afghanistan. Ciò significa due cose. La prima è che Giordano è certo che, se non c’è il voto di fiducia, vi è un vero rischio che i dissidenti votino contro il disegno di legge. La seconda è la certezza che se, viene posta la fiducia, i dissidenti voteranno la mozione perché vogliono votare il governo. Gli antagonisti sono contrari alla politica dell’Ulivo ma favorevoli allo stare al governo. Ciò mostra che la coscienza dei dissidenti si ferma alle soglie del potere. Nella storia, pensiamo a San Tommaso Moro, la libertà di coscienza venne chiesta per opporsi al potere e non per conformarsi ad esso.
Ciò avviene nonostante la convocazione della conferenza di Roma che può essere considerata come un successo del governo Prodi e dell’equivicinanza? Ma per la sinistra antagonista l’«equivicinanza» è di destra o al massimo, di centro. È il contrario dell’antagonismo che dà forma propria alla sinistra radicale. E si comprende perché vi è la possibilità, se la conferenza avesse successo, di ottenere il risultato che le forze dell’Unione europea, sotto la direzione Nato, e quindi con partecipazione degli americani, divengano i custodi del Libano meridionale e della Galilea. Cioè una cintura di protezione europea per lo Stato di Israele. L’Unione Europea ha potuto conservare la sua posizione disimpegnata sul conflitto israeliano palestinese ma, se la forza di interposizione prendesse forma, il disimpegno sarebbe finito.
Bisogna ben comprendere quello che è accaduto dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni democratiche palestinesi. Il fondamentalismo islamico è divenuto la dottrina fondante del governo palestinese, e ciò esclude la possibilità per esso di firmare un accordo che consentisse la permanenza di Israele a Gerusalemme, città santa per i musulmani in cui Maometto giunse a sette frecce di distanza dalla presenza divina.
Sinora il conflitto palestinese israeliano era stato interpretato dalla diplomazia nello schema europeo della nazione Stato e, in qualche modo, in quello della decolonizzazione. Non può più essere così e Israele lo ha ben capito; e lo ha ben capito Sharon che ha deciso, con la costruzione del muro verso i territori e lo sgombero di Gaza, di organizzare la presenza di Israele in Palestina con le sole proprie forze, isolandosi dai palestinesi e contrattando con loro. Anche l’attacco di Israele al Libano corrisponde al medesimo concetto di non puntare su un accordo politico ma puntare sulla soluzione di forza, contando sui soli mezzi israeliani. L’idea di un accordo israeliano palestinese cade nel momento in cui il conflitto, come lo teorizza il presidente dell’Iran, è divenuto un conflitto tra musulmani ed ebrei. Non è più un conflitto nazionale, ma un conflitto religioso che non ammette mediazioni.
In questo caso l’intervento internazionale rimane l’unica mediazione possibile tra due Stati che hanno deciso di essere reciprocamente incomunicabili. L’Europa viene così chiamata ad essere il garante di Israele e al tempo stesso dell’incolumità dei palestinesi. Da una politica di assenza essa arriva a una politica di presenza, in un quadro, la Nato, in cui gli Stati Uniti hanno parte preponderante. E l’Italia proprio per il risorgere dell’«equivicinanza», teorizzata da Andreotti e da Craxi, diviene una delle parti più significative dell’interposizione europea nel conflitto del vicino oriente. Questa Italia militare in una Europa militare non piace ai pacifisti italiani, perché così l’Europa diviene terza parte in un conflitto che la reciproca separazione può diminuire, ma che certo non può cancellare né risolvere.
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