L’Età di Mezzo è meravigliosa

Il Medioevo fu un’epoca di passaggio, un ponte tra l’antichità classica e il mondo moderno. Lo denuncia il suo stesso nome. Come in un gigantesco laboratorio, squadrato dalle dure regole della carestia, della malattia, della guerra endemica, della fissità gerarchica sociale che all’individuo non lasciava spiragli, gli uomini del medioevo sminuzzarono i frantumi della romanità, ancora imperiosi nelle sagome smangiate di acquedotti e ponti, nelle lastre di strade più durature delle legioni che le calpestarono, negli enigmatici profili di basiliche e arene ormai deserte, per costruire, insieme ai pilastri delle cattedrali cristiane, il nuovo ordine delle nazioni europee.
Un autentico paradiso per lo storico, che interpreta il transito, l’alchimia del mutamento, la tellurica potenza della trasformazione che cancella un’età e ne partorisce la successiva. Non solo nei realia - costruzioni, flussi economici, migliorie tecniche, gestioni del potere - ma anche nella sfera delicata e avvincente dell’immaginario, dell’ideale, rete di ricordi, di fantasie, di fedi dove si annida il cuore più profondo, lo spirito di una gente. L’archeologo dello spirito disseppellisce e organizza memorie. Quanto fa Erberto Petoia in Miti e leggende del Medioevo, ventiseiesimo titolo della serie, in edicola da domani con il Giornale.
È una lettura policroma come un arazzo, sfarzosa come un gioiello barbarico, eloquente e semplice nella logica strutturale, fantasiosa e imprevedibile nell’infinito moltiplicarsi dei vividi dettagli. Le trame sgorgano dall’oralità, e vi si riconoscono nuclei misteriosamente comuni, dalle saghe nordiche alle epopee germaniche, ai cantari di gesta della tradizione cortese. Ci imbattiamo dapprima nel motivo struggente della morte degli eroi. Il rintocco funebre era già scoccato da secoli per il classico Pan, come ricorda Plutarco nel suo nostalgico Il tramonto degli oracoli, quando Oisin, figlio di Finn e nipote di Cumhal, l’unico grande che sedeva alla tavola dei Tuatha de Danaan del primordiale culto gaelico, dovette vedersela con San Patrizio, categorico cristianizzatore dell’Irlanda. Nella terra delle verdi praterie dominavano da sempre i possenti e gentili Fianna, maestri di spada e di arpa, duci dei sette battaglioni, scudieri del Re Supremo e custodi del popolo. Oisin ne era il superstite seguace. Si era allontanato dal paese per il breve periodo di un viaggio al castello oltremarino dell’amata Niamh, ma al ritorno, Oisin fa i conti con lo sgradevole sortilegio del secoli compressi.
Un altro motivo ricorrente delle leggende medioevali. Il tempo si rivela plastico. Gli anni si accumulano magicamente. L’eroe reduce da un’escursione si ritrova vecchio e spaesato in un ordine che non può riconoscere: avvizzisce e crolla in cenere. Drammatica metafora di svolte sociali e religiose irreversibili. Oisin, smontando da cavallo, non solo si fa decrepito, ma è frastornato dagli incomprensibili messaggi del pio Patrizio, che lo rintrona con sacri scampanii, lo confonde con le sacre salmodie, lo annoia con letture edificanti e digiuni. Nessuna traccia del bel tempo andato, delle cacce e dei tornei, delle dame luminose, del gioco e del coraggio: Oisin versa le sue estreme lacrime, ma non per il nuovo Dio, per i Fianna svaniti, e per l’adorato Finn, di cui sopravvive solo l’illogica speranza che, prima o poi, risorga col suo nugolo di cavalieri.
Non va meglio in Finlandia, dove le rune del Kalevala (il cantare sulla Terra degli Eroi) dipingono la disfatta dell’antiquata divinità, Vainaimoinen: a lui non resta che evocare con la sua magia fuori tempo massimo un battello di rame, e fare fagotto sulle acque, perché adesso impera il Grande Uomo, nato dalla vergine Marjatta, resa madre dalla bacca di una pianta arcana. Innumerevoli, nelle leggende, le fantasie di fuga: all’isola che non c’è (ne sono prototipi Atlantide e l’utopica sponda degli odissiaci Feaci), alle sorgenti che regalano salute perenne, all’oriente da favola del prete Gianni. Frattanto gli eroi depongono la corazza di Achille e il remo di Ulisse, per indossare il saio e impugnare la croce: si chiamano santi, ma continuano, imperterriti, a infiammare i pensieri con nuove battaglie e strepitose esplorazioni.