L’eterno ritorno del VAMPIRO

Boom dei libri dedicati ai succhiasangue. Che ora sono tormentati, belli e innamorati

A volte ritornano. E questo non stupisce perché sono immortali. O meglio: non morti. Ciclicamente, come un’orda luciferina (e anche questo è proprio della loro natura archetipa), invadono le librerie e noi, schiavi del loro magnetico potere, li introduciamo nelle nostre case, consentiamo ai loro feroci canini succhiasangue di trovare una comoda collocazione sul nostro comodino.
Di chi stiamo parlando? Ovviamente dei vampiri di carta che infestano la letteratura e che, negli ultimi anni, hanno segnato un fiorir di titoli eccezionale (ne abbiamo contati quasi trenta nel 2007 e più di venti nel 2008, ma qualcuno ci sarà sicuramente sfuggito). Si va dal ritorno di grandi classici ottocenteschi come Carmilla (Newton & Compton, pagg. 304, euro 6) di Joseph Sheridan Le Fanu, che ben prima di Stoker ha intinto la penna nella sanguinaria leggenda balcanica, a prodotti molto più commerciali come Un destino di sfida (Gargoyle, pagg. 620 euro 16,50), ultimo capitolo della gigantesca saga del conte Saint-Germain (strano non morto che attraversa i secoli tra mille avventure) inventato dalla prolifica - settanta romanzi - Chelsea Quinn Yarbro. Ma nell’elenco si potrebbe proseguire sino a stremare il lettore: Peste vampira, Sex Dracula, New Moon, Tracce di sangue, Linee di sangue, Sherlock Holmes contro Dracula, Il sentiero dell’eclisse, La guerra dei vampiri, tutta la serie di Buffy the vampire slayer (da sola fa 13 titoli... ) sino ad arrivare persino a Maga Martina nel castello di Dracula.
La massiccia epidemia che ricorda quasi le invasioni vampiriche che colpirono Serbia e Ungheria in pieno Settecento razionalista - interi villaggi che giuravano e spergiuravano di essere perseguitati dai non morti - s’inserisce in una ciclicità propria di questo tipo di letteratura. Sin da quando il vampiro è emerso dalla dimensione orale, e mutevole, delle leggende popolari per assurgere al mondo dei libri - accadde con la novella The Vampire di John William Polidori, vergata quasi per gioco nel 1816 - le fortune dei non morti hanno avuto carattere «stagionale». Tra il 1819 e il 1830 non c’era grande teatro delle città europee che non mettesse in scena opere sui vampiri. Una seconda ondata di vampiro-mania fu scatenata dal Dracula di Bram Stoker del 1897. Negli anni Venti del ’900 ci pensò il cinema, a partire dal film Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau, a far ritornare in auge il flagello notturno. Senza contare che già nel decennio precedente aveva avuto successo la versione femminile e discinta degli abitatori della notte, la vampira (tanto che il termine vamp finì per indicare le attrici di grido come Theda Bara).
Sono solo esempi, tra i molti che contraddistinguono una storia plurisecolare. Nel caso dello tsunami attuale siamo però di fronte ad un fenomeno del tutto nuovo. Il vampiro di Polidori era un dandy pensato per piacere agli intellettuali libertini inglesi, i vampiri da teatro ottocenteschi puntavano sull’orrore e il gusto del gotico, il Dracula di Stoker, raccontato in forma epistolare dalla parte dei «buoni», era quasi una forma di catarsi delle pulsioni represse dell’era vittoriana, i vari vampiri novecenteschi erano spesso metafore politiche o sociali. Il vampiro degli anni Duemila è invece simpatetico, seriale, spesso giovanilista e che fa da specchio al nostro edonismo. Per rendersene conto basta pensare a una fra le serie di maggior successo, la pentalogia di Twilight (per ora in Italia sono arrivati tre titoli), inventata da Stephenie Meyer. Qui una teenager umana soprannominata Bella ha una storia d’amore con un vampiro la cui famiglia ha deciso di astenersi dal consumo di sangue umano. In mezzo a molte avventure (corredate anche da più sporadici licantropi). Non lontanissima nemmeno l’ambientazione di Buffy «l’ammazza vampiri» (perché quando non li uccide se ne innamora).
Insomma questi vampiri che ci invadono con un sacco di titoli piacciono soprattutto ai più giovani, ma non tanto perché fanno paura. Semmai perché sono solitari, sono bellissimi (ricordate Intervista con il vampiro?) non controllano i loro sentimenti e, se amano troppo, mordono. Semmai perché sono immortali e possono concedersi tutto. Una potenzialità che finisce per renderli molto malinconici e fragili. Perché in fondo potere tutto significa non essere niente. Una condizione che l’uomo contemporaneo, soprattutto se giovane, prova spesso. Così gli scrittori fanno fare ai loro vampiri scelte «morali» (non mordere o sacrificarsi) che gli umani non riescono più a compiere.
Il vampiro non può specchiarsi, e ne soffre, ma noi possiamo specchiarci in lui. Ecco che allora il nuovo vampiro proprio a questo serve: diventa l’unico eroe capace di portarsi addosso il nostro nichilismo e farci i conti. Ecco allora spiegato il suo successo che potrebbe durare a lungo.