L’eterno sospetto antiamericano

«Bush ha reso l’America la nazione oggi più odiata»

«Mentre una volta era antiamericana e antisemita la destra, ora lo è la sinistra». In altre parole, «non c’è dubbio che l’antiamericanismo sia diventato un simbolo del pensiero e dell’identità progressista in Europa e nel mondo (inclusi gli stessi Stati Uniti). Così come in passato, negli anni Trenta, qualunque progressista europeo o americano doveva parteggiare per la Repubblica spagnola, senza badare al proprio colore politico, oggi l’antiamericanismo e l’antisionismo sono diventati «la prova inconfutabile del proprio credo progressista».
A denunciarlo è un intellettuale liberal americano, Andrei Markovits, dando alle stampe il suo ultimo libro che esce ora negli Stati Uniti con il titolo Uncouth Nation. Why Europe dislikes America (Princeton University Press) e contemporaneamente in Italia, grazie a Einaudi, che ha scelto una titolazione ancora più incisiva: La nazione più odiata. L’antiamericanismo degli europei (pagg. 297, euro 16,50).
Markovits è un noto politologo dell’Università del Michigan, allievo di Karl Deutsch. Con il suo maestro ha due cose in comune: il fatto di essere un ebreo dell’Europa orientale emigrato negli Stati Uniti, realtà in cui ha incontrato un successo personale notevolissimo; e l’interesse per l’antiamericanismo europeo, in tutte le sue possibili declinazioni. Autore eclettico e per nulla elitario, Markovits guarda con attenzione ai fenomeni di costume ed ha dedicato ampie ricerche a temi inconsueti per un accademico.
Uncouth Nation (che in inglese letteralmente significa nazione «rozza, grossolana») è il risultato di una serie di conferenze che ha tenuto negli Stati Uniti e in Europa negli ultimi anni, procurandosi un sostanziale isolamento negli ambienti di sinistra di entrambe le sponde dell’Atlantico, sinistra a cui ritiene, comunque, di appartenere. L’originalità del libro sta nello stabilire un parallelo esplicito fra l’antiamericanismo e l’antisionismo: non che ci sia un’analogia sostanziale fra le due opzioni, ma accade - sostiene Markovits - che gli europei siano critici nei confronti di Israele, mentre agli Stati Uniti succede il contrario, per cui si crea una distanza che separa. Questo almeno in riferimento alla storia più recente, ed è una spiegazione che ha una sua plausibilità, come del resto appare debole per altri aspetti. Infatti è necessario prendere coscienza - avverte Markovits - che, come il mito americano ha avuto una forte presa sugli strati più modesti della popolazione europea, spingendo molti «a cercar fortuna» negli Stati Uniti, le élite europee sono state antiamericane fin dal 1776, «molto tempo prima che l’America diventasse Mr. Big».
Lo studioso di origine rumena non è tenero nei confronti di George W. Bush. Arriva ad affermare che «le linee politiche della sua amministrazione hanno fatto dell’America la nazione più odiata di tutti i tempi»; sotto, però, c’è un pregiudizio radicato, che prescinde dal partito «in office», perché «questi sentimenti negativi sono stati ispirati non solo - o forse soprattutto - da ciò che gli Stati Uniti fanno, ma da ciò che gli europei credono che l’America sia». E se alla fine scoprissimo, come Markovits ci invita a fare, che l’antiamericanismo, al colmo di tutte le sue contraddizioni storiche e politiche, è funzionale nel dare dei contenuti a quell’identità comune che gli europei cercano con fatica e stentano a trovare?