L’Europa ha bisogno di una Russia forte

Agitare lo spettro di un’altra guerra fredda ripropone schemi ideologici ormai estinti. Il Vecchio Continente deve anzi puntare a un rapporto più stretto con un Paese che è complementare dal punto di vista economico<br />

Mentre ero a Mosca per un corso all'Università Lomonosov, vari docenti mi dicevano di essere stati colpiti dal fatto che Berlusconi fosse più o meno l'unico capo di governo dell'Unione europea simpatizzante con la Russia nella guerra nell'Ossezia del Sud. C'è un’eccezione italiana nello sguardo europeo sulla Russia?

La Russia è sempre stata vittima di stereotipi. Il marchese de Custine, Hegel, Marx e soprattutto Engels, che nel razzismo antirusso precorreva Hitler, l'hanno costantemente rappresentata come Paese «barbaro» e «prigione di popoli». Eppure la sua potenza era temuta. Nel 1918, il sesto dei quattordici punti del presidente Wilson diceva ingenuamente: «La Russia è troppo grande e troppo omogenea, va ridotta all'altipiano della Russia centrale (...). Così avremo davanti un foglio bianco».

In epoca comunista, la divisione fra emigrazione e «dissidenti» di qui, «bolscevichi» e «soviet» di là, quasi inibiva lo studio serio della complessità delle tendenze. Come aveva capito Ernst Niekisch, «la storia del Partito comunista russo si può leggere come eterna lotta fra la tendenza sovranista-nazionale e quella cosmopolita» (Natalia Narochnitskaia). Nel 1945 la fine della Seconda guerra mondiale, decisa a Stalingrado e ancor più a Kursk, segnò la vittoria di Stalin e della Russia. Sebbene sia stata anche quella del comunismo, essa fu innanzitutto vista come vittoria russa dall'immensa maggioranza dei russi stessi. E anche per questo il crollo del sistema sovietico ha potuto esser considerato una pagina nera della storia nazionale della Russia anche da tante vittime della repressione di regime.

Dietro la retorica dominante della Guerra fredda ("mondo libero" contro "blocco orientale"), spesso la denuncia del comunismo camuffava l'ostilità per la Russia, preesistente alla rivoluzione bolscevica e sopravvissuta alla disintegrazione dell'Urss. Per Natalia Narochnitskaia combattere il sovietismo era la finta: la posta in gioco era lo «spazio nella successione geopolitica dello Stato storico russo». L'hanno dimostrato i fatti dopo la caduta del Muro di Berlino.
Nel 1991, Gorbaciov aveva accettato l'integrazione nella Nato della Germania riunificata in cambio della promessa di Washington che l'Alleanza atlantica non si sarebbe estesa oltre le frontiere tedesche. Promessa infranta: la «nuova Europa» (centrale e orientale) è presto divenuta perno d'interessi americani. A dissipare le ultime illusioni sono stati il rifiuto della Nato della zona denuclearizzata dall'Artico al Mar Nero proposta dalla Russia, la denuncia unilaterale statunitense del trattato Abm sui missili balistici, i bombardamenti sulla Serbia della Nato nel 1999, l'appoggio dato dal 2003 alle «rivoluzioni colorate» nell'Europa orientale, lo spiegamento di sistemi antimissile americani in Polonia e nella Repubblica Ceca, l'appoggio dal 2005 alla candidatura della Georgia, dei Paesi baltici e dell'Ucraina all'ingresso nella Nato, il sostegno alla proclamazione unilaterale d'indipendenza del Kosovo, poi al presidente georgiano Saakashvili nell'invasione dell'Ossezia del Sud da parte delle sue truppe. Per gli americani lo scopo è sempre lo stesso: evincere la Russia dal Baltico, dal Caspio e dal Mar Nero, negarle accesso all'antico spazio mediterraneo e bizantino, spingere sempre più a est i confini della Nato, controllare il Caucaso e dell'Asia centrale e delle risorse energetiche che passano di lì.

Ma il Cremlino ha reagito. Dopo gli anni neri (1991-1998) del periodo Eltsin, la Russia pare orientata risolutamente verso un mondo multipolare. L'intervento di Vladimir Putin alla Conferenza sulla sicurezza (Monaco, febbraio 2008) ha segnato la svolta. Un'altra è stata la fermezza davanti all'aggressione georgiana, la scorsa estate.
Da allora gli Occidentali agitano lo spettro del ritorno alla guerra fredda. Indignati, ripetono la frase di Putin: «La fine dell'Unione Sovietica è la maggiore catastrofe geopolitica del XX secolo». Ma non la citano mai tutta: «La fine dell'Unione Sovietica è la maggiore catastrofe geopolitica del XX secolo. Non ha cuore chi se ne infischia. Non ha cervello chi vuole ricostituirla nello stesso modo di prima» (Komsomolskaia Pravda, 2 febbraio 2000). In realtà non si torna alla guerra fredda (basata su un clima ideologico estinto), tornano linee di forza storiche e geopolitiche tradizionali.

Tentare di contenere, rimuovere o smembrare l'Impero russo è sempre stata la tentazione, spesso messa in pratica, delle potenze occidentali. Ma allora erano le potenze europee, mentre oggi sarebbero soprattutto gli Stati Uniti a giovarsi di sconfitte strategiche russe.

Verso l'Europa spesso i russi provano un senso d'amarezza e umiliazione. Intendono tornare a essere rispettati e considerati. Hanno infatti il diritto d'attendersi dagli europei una politica chiara, non una relazione mediocre appiattita sugli americani. Mentre l'Europa ha bisogno d'una Russia forte, restituita allo status tradizionale di grande potenza e fattore strutturale nei rapporti internazionali, per salvaguardare l'indipendenza e sfuggire a ogni forma di tutela e ingerenza esterna. Il suo interesse politico e geopolitico è diventare il partner più stretto possibile di una Russia della quale è già complementare economicamente e tecnologicamente. Che ora l'Unione Europea paia andare in senso opposto non toglie nulla all'urgenza d'un'intesa neo-bismarckiana con la Russia. L'Europa si svincoli dall'Occidente e guardi a Est. Se declina la Russia, declina l'Europa.
(Traduzione di Maurizio Cabona )