L’Europa non dà più credito alle tesi di Padoa-Schioppa

L’Italia non cresce, ma di sicuro c’è una cosa che siamo bravissimi ad esportare: la confusione. L’altro giorno si è assistito al poco edificante spettacolo di Tommaso Padoa-Schioppa (per chi non lo conoscesse si tratta di quel signore che trova le tasse «bellissime» e i giovani «bamboccioni» e che è stato messo da quel burlone di Romano Prodi a guidare il ministero più importante, quello dell’Economia) che, pressoché in contemporanea, faceva dichiarazioni opposte a quelle che stava rilasciando il commissario europeo agli Affari economici, lo spagnolo Joaquin Almunia. Un teatrino simile fu inscenato da Prodi e Chirac, quando un anno fa discussero delle sorti dell’Alitalia a Lucca, smentendosi a vicenda fra sorrisi imbarazzati e strette di mano. Neanche da ricordare che la messinscena non portò fortuna alla nostra compagnia di bandiera. I toni usati dal «ministro» europeo non lasciavano adito a dubbi: una bocciatura su tutti i fronti della Finanziaria «spargimance» di Prodi e Padoa-Schioppa, con richiami alla responsabilità per il nostro governo, per niente diligente nello sfruttare il positivo ciclo economico per ridurre il debito. Neanche il tempo per le agenzie di battere le severe considerazioni di Almunia, che Padoa-Schioppa se ne usciva con una sua personalissima versione dell’opinione europea: «Va tutto bene, non è stata chiesta nessuna misura aggiuntiva, tutti d’accordo, abbiamo mantenuto tutti gli impegni» e a chi gli ricordava che il pareggio di bilancio andava preventivato nel 2010, non nel 2011 il ministro ha sfoderato la battuta migliore: «Sì, ma questo è quello che viene chiesto a tutti i Paesi, non all’Italia nello specifico».
La logica del nostro ministro è sbalorditiva: la prossima volta che un evasore viene scoperto gli converrà dichiarare che pagare le tasse viene genericamente richiesto a tutti, non a lui nello specifico, quindi può legittimamente fare un po’ quello che gli pare. Paradossi di Tps a parte, vale la pena fare qualche considerazione sugli ammonimenti europei: i cosiddetti «parametri di Maastricht» (cioè debito/Pil a massimo 60% e deficit/Pil a massimo 3%) sono la minima ossatura necessaria per tenere insieme sotto il grande ombrello protettivo della moneta unica tante economie differenti; si tratta in sostanza di un paio di manette, che stringono le mani ai Paesi dell’area euro per coordinarne i movimenti quel tanto che basta. Non è certo bello essere ammanettati, ma può essere la salvezza per quei Paesi (tipo l’Italia) con tendenze autodistruttive, tant’è vero che dopo una folle corsa partita negli anni ’80, da quando i parametri di Maastricht sono entrati in vigore, il debito/Pil italiano ha magicamente smesso di crescere. Il grosso difetto di questa «camicia di forza» sta proprio nella sua rigidità, che impedisce agli Stati di intervenire a sostegno di cicli economici difficili: proprio a questo proposito Berlusconi e Tremonti, che ebbero in sorte un periodo di grave recessione internazionale, si batterono per un’interpretazione più flessibile dei parametri in periodi critici.
Il commissario Almunia nelle sue osservazioni dice cose che dovrebbero essere di un’assoluta evidenza: una maggiore flessibilità concessa in momenti di difficoltà economica si deve necessariamente abbinare ad una maggiore disciplina nei momenti di favorevole congiuntura. Niente di meno della vecchia favola della cicala e della formica. Prodi e Padoa-Schioppa queste cose le sanno, ma devono fare finta di non sentire, anche rischiando di passare per audiolesi cronici, perché senza la sistematica e scriteriata dissipazione delle risorse aggiuntive, il governo non durerebbe un secondo di più e fra il bene del Paese e la poltrona il dubbio, come al solito, purtroppo non si pone.
Non dimentichiamo poi che i budget futuri sono frutto di sfrenata fantasia e di speranza nel consueto fattore C. La crescita del primo trimestre è stata dello 0,2%, più 0,1% quella del secondo, è molto difficile che quella del terzo sarà migliore, anzi... quindi non si capisce su che base si possa sperare di vedere robuste crescite in futuro ma, soprattutto, il vicolo cieco sta nella certezza che con l’attuale governo anche un eventuale colpo di fortuna verrebbe sperperato. Almunia lo sa e alza la voce, Prodi lo sa, accarezza la poltrona e fa finta di nulla: il teatrino continua.