L’Europa scorda i crimini «rossi»

Alberto Indelicato

I loro Stati furono invasi ed occupati per lunghi anni, la loro indipendenza soppressa, le libertà dei cittadini abolite. Gli stessi cittadini a migliaia furono arrestati e deportati, le famiglie divise, gli uomini mandati in campo di concentramento e spesso fucilati. Le donne con i bambini furono costrette per settimane a marciare verso remote contrade straniere e abbandonate al loro destino, non raramente un destino di morte per malattia e per fame.
Oggi, restituiti alla libertà, i cittadini di quei Paesi non possono non rievocare con orrore e dolore quel periodo della loro storia, in cui si commisero contro di loro delitti, che sono stati definiti crimini contro l’umanità e che furono un vero genocidio. Essi sono ora membri dell’Unione Europea, nel cui Parlamento a Strasburgo i loro rappresentanti legittimamente siedono e non meno legittimamente hanno chiesto che venisse apposta una targa in ricordo del loro martirio; ma il gruppo dei socialisti si è opposto fermamente sostenendo che «accettare la loro richiesta porterebbe ad una proliferazione di targhe rievocative», il che - hanno aggiunto - non sarebbe né opportuno né saggio.
Come si spiega questa presa di posizione? Non si è sempre affermato che esiste un dovere della memoria, specie per ciò che riguarda i crimini del Novecento? Non è stato ripetuto sino alla nausea che «chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo»? O bisogna credere che nel Parlamento europeo e nel gruppo socialista in particolare si siano annidati pericolosi «revisionisti» che riescono a condizionare tutti i loro colleghi? O addirittura che il virus del negazionismo ha ormai infettato i membri di quell'eletto congresso? Nulla di tutto ciò.
La spiegazione sta solo nel fatto che a chiedere quella targa sono stati i parlamentari dei tre Stati baltici occupati ed annessi all’Unione Sovietica nel 1940 in base all’accordo concluso l’anno precedente dal duo Ribbentrop-Molotov. Certo se la violazione della loro sovranità e la persecuzione delle loro popolazioni fossero state compiute dallo Stato rappresentato dal primo dei due soci, se le deportazioni avessero portato quei cittadini nei lager tedeschi e le morti per fame e malattia fossero state opera della Germania non ci sarebbe stata alcuna obiezione all’apposizione della targa ad eterna memoria ed infamia del nazionalsocialismo; ma quel crimine contro l’umanità fu perpetrato dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e la condanna chiesta da Lituania, Lettonia ed Estonia dovrebbe quindi colpire il comunismo.
Com’è noto, tuttavia, le belle giaculatorie sulla necessità di ricordare, l’indignazione per le violazioni dei diritti umani - primi tra tutti quello alla vita ed alla libertà - non valgono più quando si tratta del comunismo.
È questa in realtà la vera ragione dell’avversione dei socialisti. La targa posta accanto ad altre lapidi relative alla barbarie nazionalsocialista avrebbe posto nazismo e comunismo sullo stesso piano, e ciò è severamente proibito dal linguaggio e dal pensiero politicamente corretti. C’è solo da chiedersi come mai in prima linea ad opporsi alla targa vi siano i socialisti. La spiegazione è duplice. Anzitutto il loro gruppo è pieno di ex-comunisti che, pur dicendo di essere ormai lontani dalla loro storia vergognosa, non vogliono né rinnegarla né che altri la rievochino.
Quanto ai socialisti «veraci», le ragioni del loro comportamento sono più sottili. Nel secondo dopoguerra essi furono tra le prime vittime dei regimi comunisti, che spesso li diffamarono come «manutengoli e spie degli imperialisti». I loro partiti furono «annessi» con la violenza a quelli comunisti, quando non furono semplicemente soppressi con l’aiuto dell’Armata Rossa. Eppure già allora molti socialisti (compresi tanti italiani) soffrivano della sindrome di Stoccolma, che li spingeva ad amare i loro aguzzini. Evidentemente è una malattia dalla quale ancor oggi non riescono a guarire.