L’ idea di distinguere armi buone e cattive è antica e senza senso

Caro Granzotto, lei mi ha lasciato perplesso quando a scritto che l’antinuclearismo è una questione «ideologica». D’accordo che contro il nucleare è soprattutto la sinistra (coi Verdi, i grillini, i girotondini, i centri sociali eccetera), ma non ci vedo niente che possa essere ricondotto alla ideologia comunista. Mi chiarirebbe il concetto?
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Tutto ha inizio il 6 agosto del 1945, caro Romano. Il giorno in cui fu sganciata su Hiroshima la prima delle due bombe atomiche. Quando lo venne a sapere, cioè quasi subito, Stalin ne restò sgomento. Il capitalismo aveva un’arma nuova e temibilissima (nel peso specifico di una nazione candidata a superpotenza, quello contava: l’armamento) che mancava al comunismo. Bisognava correre ai ripari, ma essendo l’Urss molto ma molto indietro nel nucleare, il gap non sarebbe stato coperto tanto in fretta. Fu così che l’oliatissima macchina della propaganda/disinformazione comunista si mise in moto. Inventandosi - ma non era un’idea originalissima, come vedremo in seguito - la distinzione tra armi «buone», umanitarie e armi «cattive», disumane, non degne d’una società civile e dunque da mettere al bando. Per poter mantenere la discriminazione, la disinformazia non fece cenno al potenziale esplosivo della bomba «cattiva». Ai kilotoni. Ma alla supposta - eppur data per certissima - mortalità degli effetti secondari: le radiazioni. In grado coprire intere regioni se non interi Stati, seminando la morte. E che morte: immediata degenerazione dei tessuti, danni irreparabili al sistema nervoso e a quello immunitario, micidiali proliferazioni neoplastiche che avrebbero rapidamente falcidiato la popolazione. La parte che sopravviveva avrebbe avuto vita grama, piegata dalle malattie (incurabili) senza dire che le donne avrebbero in seguito e per generazioni partorito dei mostri. Balle, ma balle ben raccontate e che si incistarono nel famigerato «immaginario collettivo». E lì rimasero anche dopo che l’Unione Sovietica ebbe il suo bravo arsenale nucleare, anche dopo i duemila, e passa test che pure, stando al dettato antinuclearista, qualche letale radiazioncella avrebbero pur dovuto emetterla. La demonizzazione del nucleare militare e in seguito civile è dunque di marca comunista e tale restò anche se il comunismo non si fece mancare né il primo né il secondo.
Ma la balorda idea di voler mettere al bando strumenti di morte ritenuti poco edificanti prese corpo anche prima che il comunismo ne facesse un suo cavallo di battaglia. Avvenne nel Trecento e precisamente dopo la battaglia di Crecy. In quel memorabile scontro fece la sua comparsa un’arma rivoluzionaria: la balestra. Per varie ragioni non fu determinante, eppure quei pochi colpi che andarono a segno inquietarono, e di molto, i cavalieri: scagliato dalla balestra, il dardo aveva infatti velocità e forza d’impatto bastante per forare le armature che avevano sempre garantito l’invulnerabilità. C’era poi da aggiungere che un cavaliere poteva essere ucciso da un altro cavaliere, mai e poi mai da un popolano qualsiasi armato di quell’aggeggio infernale. Per queste ragioni la cavalleria cercò di trovare un accordo per la messa al bando della riprovevole balestra. La mazza ferrata che spappolava il cervello sì. La picca che ti squarciava le viscere, anche. La balestra, no (sarebbe andata per le lunghe se non avesse fatto la sua comparsa la polvere da sparo, con la quale la cavalleria medievale andò a farsi benedire). Non così fortunati siamo noi che dobbiamo ancora sopportare quanti la menano con la dinamite e il tritolo «buono» e il nucleare «cattivo».
Paolo Granzotto