L’idillio interrotto fra l’America e il Duce

Dei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti si sono occupati e continueranno ad occuparsi innumerevoli - e in parte pregevoli - saggi. L’attenzione è per lo più rivolta a ciò che tra Italia e Usa accadde durante la Seconda guerra mondiale e dopo: ossia quando la potenza americana era già diventata superpotenza in attesa di essere - come attualmente è - l’unica superpotenza. Due libri recenti - Parigi 1919 di Margaret MacMillan (Mondadori, pagg. 711, euro 26) e Mussolini e l’America di Manfredi Martelli (Mursia, pagg. 362, euro 22) - aiutano invece a capire fasi più remote delle relazioni tra i due Paesi. Ossia la breve e burrascosa fase della conferenza di Versailles per il trattato di pace dopo la Prima guerra mondiale, e la lunga fase in cui l’iniziale idillio tra gli Usa e l’Italia fascista divenne ostilità politico-ideologica, e guerra.
Il volumone della MacMillan - che insegna storia all’Università canadese di Toronto, e che scrive bene, con scioltezza e umorismo - abbraccia tutte le vicende di Versailles (Versaglia nella sprezzante dizione fascista) che furono molto complesse. Mi limito, in queste righe, a considerare il ruolo dell’Italia, e in particolare il rapporto fra il presidente americano Thomas Woodrow Wilson e la delegazione italiana, capeggiata dal presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando (ministro degli Esteri era Sidney Sonnino, tipico conservatore nazionalista anche se, nato in Egitto, aveva avuto per padre un uomo d’affari ebreo di nazionalità italiana e per madre una gallese).
Wilson, come sovente capita agli statisti d’’oltreoceano, era un idealistra non immune dal più brutale pragmatismo. Veniva in Europa, a differenza degli altri «grandi», da arbitro disinteressato, che non chiedeva nulla a compenso delle molte vite americane immolate. Nei suoi 14 punti programmatici figurava al primo posto l’autodeterminazione dei popoli, termine suscettibile di molte interpretazioni e varianti. Per questo aborriva il «patto di Londra» con cui nel 1915 le potenze dell’Intesa, volendo indurre l’Italia a entrare in guerra al loro fianco, le avevano riconosciuto notevoli compensi territoriali, tra cui larga parte della Dalmazia (ma non Fiume).
«Nelle fotografie che gli furono scattate nel 1919 - annota la MacMillan - Wilson ha l’aria smunta di un impresario di pompe funebri, ma in realtà era un bell’uomo dai lineamenti fini e regolari e dal fisico asciutto, che nel suo modo di fare aveva qualcosa del predicatore e al tempo stesso del professore universitario. Era per la libertà dei popoli ma quando aveva mandato truppe americane ad Haiti, in Nicaragua o nella Repubblica Dominicana questa era stata la sua spiegazione: “Insegnerò a quelle repubbliche a eleggere delle brave persone”». Vittorio Emanuele Orlando, facondo avvocato siciliano, emotivo e facile al pianto, dovette vedersela con un Wilson che proclamava «ditemi cosa è giusto e io combatterò per ottenerlo», oltre che con due marpioni quali il francese Clemenceau e l’inglese Lloyd George.
I clamori e i furori dei nazionalisti di casa - con Gabriele D’Annunzio che esigeva il passaggio di Fiume sotto sovranità italiana - complicarono l’opera dei nostri rappresentanti. Orlando e Sonnino dovettero associarsi alla rivendicazione di Fiume, ma così facendo sconfessavano, proprio loro, il trattato di Londra sul quale poggiavano le argomentazioni italiane. Finché il 21 aprile 1919 Wilson diramò una dichiarazione che invitava gli italiani a rinunciare al «patto» nel momento in cui i confini della loro Patria «arrivano fino alle grandi muraglie che ne costituiscono la naturale difesa». Orlando lasciò la conferenza, festeggiato dalle folle, a Torino il proprietario del caffè Presidente Wilson dovette togliere l’insegna del locale. Nacque in quel clima il concetto della «vittoria tradita», della «vittoria mutilata» che tanta parte ebbe nella retorica nazionalista e fascista. E Wilson, con i suoi lunghi denti giallastri, fu per gli italiani il vilain di Versailles.
Dopo Wilson gli Usa si rinchiusero nell’isolazionismo dei governi repubblicani e rinunciarono, nel nome della realpolitik, a quelle pregiudiziali - libertà e democrazia - che a Versailles erano state evocate come pilastri di una nuova politica, e che tornarono poi ripetutamente (per la guerra al nazismo, per la guerra fredda al comunismo, ultimamente per legittimare la guerra all’Irak). Il Mussolini della Marcia su Roma piacque molto all’amministrazione di Washington, agli americani, agli italoamericani in particolare. L’ambasciatore a Roma Richard Washburn Child - intimo amico del presidente Harding e fervente avversario sia del comunismo sia del socialismo - aveva scritto al dipartimento di Stato, due mesi prima della presa di potere mussoliniana: «Molti italiani sono adesso convinti che la riforma e la riorganizzazione del governo sia necessaria al fine di prevenire la rovina del Paese, di permettere al commercio e all’industria di riprendersi dalla crisi». Dal canto suo il Duce era prodigo di gesti amichevoli verso gli Usa.
Osserva Martelli che «il consolidamento del sostegno americano al regime fascista procedette di pari passo con la soppressione delle principali libertà del Paese». Per anni - anche in epoca rooseveltiana - non vi fu una ripulsa ideologica, a livello ufficiale, del fascismo. Inneggiato a New York quando vi si era presentato nella persona del trasvolatore Italo Balbo. Tutti gli Stati, anche i più democratici, hanno una doppia morale. Un presidente americano cui venivano rimproverati gli atteggiamenti benevoli verso dittatorelli latinoamericani spiegò concisamente: «Lo so, sono figli di puttana: ma sono i “nostri” figli di puttana».