L’Impero «liberal» di Napoleone III, un tiranno che però raccoglieva consenso...

Pochi grandi uomini politici sono stati bersagliati, come Napoleone III (1808-73), da giudizi ispirati da assoluto disprezzo, pronunciati da grandi scrittori e ideologi. Victor Hugo scagliò sull’Imperatore il suo celebre libello Napoléon le petit, in cui scriveva: «Riassumiamo questo governo. Chi è all’Eliseo e alle Tuileries? Il delitto. Chi siede al Lussemburgo? La viltà. Chi siede al Palazzo Borbone? L’imbecillagine. Chi al palazzo d’Orsay? La corruzione. Chi al Palazzo di Giustizia? La corruzione». Bisognava dunque «svegliare» la Francia, «scuoterla», affinché essa si rendesse conto dell’abisso morale e politico in cui era caduta. Marx, a sua volta, nel suo pamphlet Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, tuonava: «Non basta dire, come fanno i francesi, che la loro nazione è stata colta all’improvviso. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una nazione di 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri d’industria e ridotta in schiavitù senza far resistenza». Eppure, nonostante queste scomuniche, il Secondo Impero sarebbe durato quasi vent’anni, prima di cadere sotto i colpi delle armi prussiane; e avrebbe avuto una complessa evoluzione politica in senso liberale: tutte cose che non si possono spiegare con delle invettive.
Un notevolissimo sforzo di comprensione storica troviamo nel volume di Eugenio Di Rienzo Napoleone III (Salerno, pagg. 716, euro 30), che si colloca nell’alveo della migliore storiografia sul secondo imperatore dei francesi. L’autore richiama in primo luogo l’attenzione sull’amplissimo consenso che il colpo di stato di Napoleone III trovò in Francia. Questo consenso fu provato dall’esito dei plebisciti del 20-21 dicembre 1851 e del 21 novembre 1852, risoltisi in una acclamazione trionfale, molto diversa dagli esiti stentati e controversi della consultazione del 7 febbraio 1800, che legalizzò il colpo di mano del primo Bonaparte. Di Rienzo ci riporta a questo proposito un’interessantissima testimonianza della scrittrice Gorge Sand in una lettera a Giuseppe Mazzini: «Quello che vi dirò - scriveva il 23 maggio 1852 - è molto differente da quello che probabilmente ascoltate dai miei compagni rifugiatisi a Londra o in Belgio, ma è il contenuto esatto di quello che pensa la maggior parte dei miei amici... Vi sarà stato detto che il popolo ha votato sotto la spinta della paura e sotto l’influenza della calunnia. Non è affatto vero. Sicuramente c’è stato terrore e calunnia all’eccesso; ma il popolo avrebbe votato, senza tutto questo, esattamente come ha votato. Questa è la situazione autentica. Non si corrompe, non si spaventa una nazione intera, con un semplice schioccar delle dita... Ciò che è accaduto è un fatto e la passione politica lo negherebbe inutilmente». E un’articolata analisi degli esiti del doppio risultato plebiscitario ci mostra come esso avesse registrato un elevato successo non solo nel notabilato agricolo, industriale, finanziario, ma anche nella grandissima parte della piccola e media borghesia orleanista e repubblicana delle città e nella maggioranza della popolazione delle campagne, che da quel momento avrebbe costituito le fondamenta dell’Impero. Del resto fu questo consenso formidabile che permise al Secondo Impero un’evoluzione in senso liberale, la quale diede spazio sempre più ampio all’opposizione, fino a coinvolgere nel governo alcuni suoi esponenti (in primo luogo Ollivier).
Napoleone III non fu dunque il tiranno mostruoso che certa storiografia ha voluto dipingere, bensì, come suggerisce Di Rienzo, «il creatore di un sistema di governo originale, sicuramente non assimilabile alle esperienze della destra tradizionalista... In Francia e fuori di Francia quel modello di governance si è riproposto in un passato molto prossimo». Del resto, la complessità della personalità di Luigi Napoleone è attestata dalla sua politica verso l’Italia. L’imperatore, infatti, sostiene Di Rienzo, non fu alternativamente un amico o un nemico dell’Italia, ma piuttosto un grande statista francese che vide nel nostro Paese, spesso con cinica spregiudicatezza ma a volte anche con calcolata generosità, una pedina di quel grande gioco internazionale che trasformò in profondità la geografia politica europea.