L’incanto domestico del magico Vermeer

«La lettera d’amore» è esposta alla Galleria Nazionale d’Arte Antica

È un curioso e persino bizzarro destino quello di certe opere d’arte, talvolta bellissime, che per varie ragioni finiscono nelle soffitte dei musei: perché imperfette, perché copie, perché non alla moda, perché di incerta attribuzione o entrate nelle collezioni per incauto acquisto o improvvida donazione. È accaduto anche alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, di cui oggi, dopo lunghi anni di avvilenti difficoltà organizzative, si celebra la rinascita.
Nel luogo che forse più di ogni altro rappresenta l’apoteosi della temperie barocca a Roma, Palazzo Barberini, cuore della sfarzosa corte di papa Urbano VIII, dimora d’elezione elevata a vivace centro di arti e di cultura sublimato nel Salone dipinto da Pietro da Cortona, si espone uno dei massimi capolavori di Vermeer, La lettera d'amore (1669-70), a voler suggellare, nel bagliore di luce che investe la sospesa intimità della scena domestica, il contrasto di opposte quanto complementari correnti pittoriche, entrambe ambite dal mecenatismo dell’epoca: da una parte l’esuberanza del Seicento romano con i suoi esponenti caravaggeschi e classicisti, dall’altra la massima espressione europea della pittura di genere che proprio a Roma una schiera di pittori fiamminghi, i cosiddetti «Bamboccianti», trasfondevano ad una inedita e originale ambientazione di scene popolari fra le vestigia dei Cesari.
L’evento sigla l’auspicato riallestimento delle collezioni d’arte conservate a Palazzo Barberini, come previsto dagli ultimi accordi tra il ministero per i Beni culturali e quello della Difesa, che dal 1934 con il suo Circolo Ufficiali ora trasferito nella palazzina Savorgnan di Brazzà, ne occupava parte dei locali sacrificando l’esposizione delle opere qui riunite dal 1949, quando l’edificio venne acquistato dallo Stato come sede della Galleria Nazionale d’Arte Antica.
Innumerevoli sono i dipinti, le sculture e gli arredi principeschi, dall’età classica al Settecento, che costituiscono il suo imponente patrimonio artistico da anni in attesa di essere esposto al pubblico. E nel programma di riordino delle raccolte le curatrici Anna Lo Bianco e Angela Negro ne contemplano il confronto con spettacolari mostre, annunciando per l’anno venturo una rassegna su Bernini pittore, il prediletto di Urbano VIII.
Nell’ambito del collezionismo pontificio a Roma recente e altrettanto significativa è l’iniziativa della Galleria Borghese curata da Kristina Hermann Fiore: esporre le opere dei depositi, che si presentano oggi in un esemplare allestimento, distribuito per epoche e soggetto nel sottotetto della Villa Pinciana. Una galleria dove nel tempo sono confluite le opere in esubero del piano nobile e che rappresenta un aspetto complementare del collezionismo del cardinale Scipione. Quasi trecento, provenienti da un’eredità che nei secoli ha subito molte vicissitudini, sono i quadri del Cinque e Seicento riuniti insieme alle copie di celebri soggetti eseguite da grandi maestri o dalle loro botteghe, com’era in uso nel collezionismo principesco dell’epoca: dalle tele di Giulio Romano e del Peruzzi, a quelle del Cavalier d’Arpino, ai Carracci, Jacopo Bassano, Federico Barocci, allo splendido Sassoferrato che copia Tiziano.