L’incanto di risalire sulla Montagna magica

Esce nei Meridiani Mondadori la nuova, innovativa, traduzione del
capolavoro di Thomas Mann Un’impresa che costituisce l’evento culturale
dell’anno. Un esempio di impegno in tempi di crisi e tagli

Nell’epoca dei tagli alla cultura nessuna risposta è più persuasiva di un fatto culturale ben posto: pensato e realizzato con una cura di cui pochi luoghi oggi, in Italia (università inclusa) sono capaci. La possibilità di produrre cultura ad alto livello non è infatti solo una questione di finanziamenti ma anche di luoghi destinati, i cui bilanci non possono omettere voci quali «stima», «fiducia», «chiarezza di idee».

Francamente non mi aspettavo che l’evento culturale - non solo editoriale - più importante dell’anno venisse da una casa editrice. Lo ammetto: mi pare che, da qualche tempo, le case editrici abbiano difficoltà a cogliere le trasformazioni non solo sociali ma anche mentali del mondo che ci circonda, e che l’elastico tra la «realtà» e la sua trasformazione in «coscienza» si vada allungando troppo. Invece, proprio da una casa editrice, e da una collana che in passato è stata molto criticata - mi riferisco alla Mondadori e ai suoi «Meridiani» - esca il capolavoro: meglio di tutti i romanzi e i saggi non solo di romanzieri e saggisti, ma perfino di conduttori tv, arcivescovi e titolari di rubriche letterarie: Thomas Mann, La montagna magica (Mondadori, pagg. 1430, euro 60; a cura di Luca Crescenzi, traduzione di Renata Colorni).

La discussione, immagino, si concentrerà sul cambio del titolo che la Colorni, germanista e grande traduttrice, ha imposto per questa nuova versione del capolavoro di Thomas Mann Der Zauberberg, trasformando con molto coraggio - dato il successo della versione soppressa - La montagna incantata ne La montagna magica. Il fatto è che La montagna incantata costituisce, proprio in quel suo «incantata», proprio in questa accezione, che fu anche una importantissima - seppur limitata e limitante - chiave di lettura, uno dei capitoli cruciali del romanzo di formazione di una generazione, la mia, per la quale «romanzo» e «ideologia» costituivano un’endiadi compatta.

Per un liceale degli anni Settanta, con un bravo insegnante di letteratura (io ebbi questa fortuna, e voglio ricordarne il nome: Giancarlo De Pero), la discussione sul romanzo, cominciata con lo studio dei Promessi Sposi partiva da Stendhal, Balzac e Hugo per raggiungere Maupassant e Flaubert e poi approdare in Russia, dove ci attendevano i più grandi, i definitivi, e il definitivo per eccellenza era lui, l’ancora Leone Tolstoj. Ed era tutto un interrogarsi, Lukács alla mano (e non era affatto male), sul rapporto tra romanzo e storia, di cui l’ideologia - parola che fatico a trovare del tutto negativa - offriva un modello formale. Thomas Mann, nutrito di estetica decadente, costituiva la più luminosa dimostrazione che la crisi del Novecento non aveva ucciso il Romanzo nella sua funzione più pura. E se Joyce gridava, dalle sue pagine eretiche, che «la storia è un incubo dal quale cerco di liberarmi», la montagna «incantata» era lì per ricordarci l’illusorietà di questo tentativo di liberazione. La storia è una prigione per chi la subisce senza partecipare al suo movimento profondo, così come, viceversa, la sua conoscenza è l’atto creativo più sublime, attraverso l’arte come attraverso la scienza.

L’incantesimo rappresentava, come bene espresso nel breve romanzo giovanile Tristano, la grande attrattiva decadente. Perché il sanatorio, che fu la forca caudina di due generazioni (pensiamo a Moravia, a Barthes, a Bernhard, tutti segnati nel cuore della biografia da questo evento buio: Tbc, sanatorio, solitudine) era luogo imperiale dove la morte, così vicina, aveva la forza di abolire la storia e di stabilire con il Tempo un altro patto: dilazionatorio e mortale.
Ma la nuova bellissima traduzione, piena non solo di rigore tedesco ma anche di musica tedesca (ricordate Luchino Visconti e l’Adagietto di Mahler in Morte a Venezia?) impone l’aggiunta di un diverso spiraglio di lettura, ossia di senso: se la montagna non è più soltanto «incantata» (quindi non incantatrice ma solo portatrice d’incanto) e diviene «magica», se il passivo diviene attivo, allora il pericolo sta nella montagna stessa, e forse anche la salvezza, senza però più l’illusione del buen retiro dello spirito. La metafora della malattia polmonare sprigiona una nuova forza, e Davos non è più luogo d’isolamento ma soprattutto un osservatorio privilegiato, dove il Male e la Morte possono essere esaminati con maggior lucidità. Risorge così la natura dantesca di questa montagna fatale, che riecheggia i diversi, sempre fatali «monti» che fermano il cammino di Dante e di Ulisse nella Commedia.

Se, in altre parole, la montagna «incantata» rappresentava la vittoria (obtorto collo) della dialettica della Storia sui sogni delle avanguardie (di cui il Decadentismo fu l’indiscusso padre), era necessario trasformarla in «magica» per liberarla da una chiave di lettura in cui questo capolavoro rischiava di morire, come dimostra la sua quasi totale scomparsa dagli elenchi dei libri fondamentali a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. Da trent’anni a oggi, chi lo leggeva più?

La titanica impresa Crescenzi-Colorni ristabilisce, in un tempo di bugie, la giustizia. La montagna magica non è solo un libro sull’Europa tra le due guerre, non prefigura il nazismo perché non ha bisogno di prefigurare niente, e perciò nessuna revisione storica lo può rimuovere dalla sua necessità. E non è nemmeno, banalmente, un libro sulla «morte».
La montagna magica è, più propriamente, una cima di una grande catena che comincia con l’Iliade e prosegue, dopo Virgilio e Ovidio, con la Commedia, e poi con Cervantes, Shakespeare, Tolstoj, e nella quale, come in un’elica del Dna, sta il genoma simbolico della nostra civiltà, che oggi siamo sul punto di perdere per annientamento della memoria. Perché non basta respirare cultura, bisogna studiarla e reimpararla continuamente.

E se né la scuola, né l’università né (men che meno) papà e mamma ci trasmettono più i fondamenti di quello che crediamo di sapere, allora bisogna provare a farcela da soli. In questo senso, l’impresa editoriale che abbiamo presentato costituisce un esempio di responsabilità fattiva. Alla crisi non si risponde lamentandosi, ma facendo.