L’incredibile storia dell’ultima vittima del 7 luglio

I suoi genitori furono uccisi in Afghanistan dai talebani. Viveva a Londra da tre anni

Luciano Gulli

Nostro inviato a Londra

Dicono che nella vita una cucchiaiata di dramma tocca a ciascuno di noi, prima o poi. Ma non è vero. C’è gente che riesce a sfangarla, vai a sapere com’è. E c’è chi, altrettanto misteriosamente, si fa carico anche della dose risparmiata agli altri. Ateeque Sharifi - dite una preghiera in suo nome, se credete - è uno di questi. Non aveva ancora 20 anni quando i talebani gli ammazzarono i genitori giù a casa, in Afghanistan. Della sua famiglia, lui era stato l’unico maschio a farla franca. L’anno seguente era riuscito a mettere qualche migliaio di miglia fra sé e la banda di invasati sanguinari capeggiata dal mullah Omar, l’amirul mominiin, il comandante dei fedeli, come si faceva chiamare il guercio satrapo di Kabul amico di Osama Bin Laden.
Ateeque era riparato a Londra. Ma qui, per una di quelle imperscrutabili, atroci veroniche del destino, Signora Morte si è ricordata di lui, mandandolo a morire sulla carrozza del metrò saltata in aria il 7 luglio a King’s Cross. Musulmano lui, musulmani i grandi mascalzoni che se lo sono portato via. Così, la grande beffa è infine compiuta. Ateeque come Shahara a Islam, come gli altri «martiri controvoglia» che credevano nello stesso Dio padre dei quattro bravi ragazzi di Leeds: tutti fatti passare, insieme con gli sventurati «crociati» che andavano al lavoro, come Benedetta Ciaccia, per lo stesso orrendo camino acceso dall’allucinato fanatismo dei predicatori dell’odio.
Ateeque è stata l’ultima delle vittime a essere formalmente identificata. E che l’ultimo dei corpi macellati nell’esplosione dovesse essere quello di un musulmano aggiunge un’ultima pennellata di beffa al dramma.
Dicono che quando arrivò a Londra, quattro anni fa, Ateeque non sapeva una parola d’inglese. Ma gli era piaciuta talmente, la città, la lingua, le case e i palazzi, i pub e i parchi di Londra, la libertà, Harrod’s e Hyde Park, e quel modello di convivenza civile, che la lingua in qualche mese non era più un problema. Primo dei corsi nel collegio in cui era stato ospitato, e sempre pronto, raccontano i suoi insegnanti, a dare una mano a quelli arrivati dopo di lui. E poi allegro, disponibile, pieno di entusiasmo: un ragazzo d’oro. Così dicono tutti. Quando non studiava, come fanno moltissimi giovani stranieri a Londra, lavorava in una pizzeria. E bisognava vedere con che soddisfazione, e che orgoglio, alla fine del mese mandava tutto quello che era riuscito a risparmiare alle sorelle rimaste a Kabul. E i progetti, poi. Far venire anche le ragazze a Londra, per cominciare; e abitare di nuovo tutti insieme. E poi, un giorno, metter su casa con una ragazza: musulmana, certo, di quelle che stanno a casa volentieri e non hanno tanti grilli per la testa. Ma questo più avanti, quando avesse finito di studiare e si fosse trovato un lavoro.
Viveva a Hounslow, alla periferia ovest di Londra, Ateeque. Dal settembre 2002, ogni mattina, si infilava nella tube per arrivare al West Thames College, dove era diventato uno degli studenti più popolari. Thalia Marriott, la direttrice della scuola che è frequentata da 7mila fra ragazzi e ragazze, se lo ricorda così: «Un ragazzo sempre allegro, un trascinatore, uno di quegli studenti a cui riesce tutto facile, destinati a un brillante avvenire». Il suo tutor, Harminder Ubhie, che insegna inglese come seconda lingua al West Thames: «Era una delizia averlo nel gruppo. Uno studente modello, oltre che il punto di riferimento di tutti i suoi compagni. Era a lui che facevano capo i nuovi iscritti. Era lui che li portava in giro per il college, facendo il cicerone, mostrandogli i vari ambienti, le aule e le palestre, aiutandoli nei compiti. Una persona magnifica, davvero».
A casa, nell’appartamento che divideva con altri tre ragazzi afghani, Ateeque non c’era mai. O era al college, o in palestra, dove si incontrava con un gruppo di suoi coetanei che rappresentano una bella fotografia di quel che è Londra: perché lì in mezzo ci vedevi biondi con i nonni di Cardiff e indiani, pakistani, sudamericani, indonesiani. Avrebbe voluto diventare un esperto di computer, da grande, raccontava ai suoi amici in palestra. «E a giudicare dalla passione che ci metteva, quando trafficava col suo pc - ha detto uno di questi - ci sarebbe certamente riuscito. Gli riusciva tutto facile, non so come dire. Si metteva in testa una cosa, e la faceva, senza lamentarsi, senza bofonchiare, senza metterla giù dura».
Anche il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, che l’altro ieri era a Londra, ha voluto ricordare questo sfortunato ragazzo deponendo un mazzo di fiori fra quelli che ormai colmano il giardinetto accanto alla stazione di King’s Cross.
Se solo fosse possibile farla conoscere, questa storia, nel «paradiso dei martiri» dove galleggiano i quattro bravi ragazzi di Leeds…