"L’incubo di Israele? L’atomica iraniana"

Aharon Appelfeld, grande intellettuale ebraico, racconta cosa vuol dire vivere in
uno Stato sotto un assedio perenne: "Siamo gli ultimi europei che
resistono in Medio oriente e un miliardo di arabi vuole solo
distruggerci"

Ha gli occhi smisurati dei volti dei disegni, una coppola sempre in testa, veste di nero, di buon taglio. Lo sguardo guizza, il gesto è scattante e preciso. Soltanto la parola si fa attendere. Aharon Appelfeld parla con l’inquietante lentezza di chi ha vissuto troppo ghetto, troppo campo e troppa guerra: «E chi era sano di mente non parlava». Dopo essere scampato all’Olocausto, dopo aver vissuto oltre mezzo secolo in uno degli stati più pericolosi al mondo, lo scrittore israeliano più amato da Philip Roth ha raggiunto la lungimiranza senza rassegnazione: «Perché così tante persone ci odiano?», mi ha detto in altre interviste. Oggi è particolarmente inquieto. È in Italia per presentare la sua lectio magistralis La memoria e la parola al Centro culturale di Milano e il suo romanzo Paesaggio con bambina (Guanda, pagg. 148, euro 14). Ha appena letto i quotidiani: «Ha visto i giornali?», mi dice. «L’Iran ce l’ha praticamente fatta. Ha la bomba». Il presente è amaro. Forse ha deciso di parlare di memoria, a Milano, perché ricordare cura. «È la memoria che amplia i nostri orizzonti. Ci permette di pensare che non tutto è perduto».

Per un ebreo ha una funzione diversa?
«Siamo una nazione antica. Per noi la memoria è cruciale. Basta sapere come e che cosa ricordare. Gli ebrei spesso non ricordano la storia, ma quanto succede loro personalmente e nella “tribù”. Accade perché non sono mai stati amati. Così è diventato l’amore il centro del loro pensiero: ama la tua famiglia. Ama il tuo prossimo. Ma non amare il tuo nemico».

Qual è il peso dell’identità e della memoria nelle nuove generazioni di ebrei israeliani?
«Dopo l’Olocausto gli ebrei della diaspora hanno voluto sfuggire al proprio destino, diventare indifferenti alla propria storia, Hanno cercato di assimilarsi o si sono convertiti al cristianesimo. Sento che gli ebrei europei e americani scompariranno in futuro: nessuno di loro riesce ad immaginarsi vittima di un orrore come quello della Shoah. Ma per Israele è diverso. Lì ci sono sei milioni di ebrei, sono tutti ebrei. Alcuni vogliono pensare al passato, altri non vogliono sulle spalle il fardello di milioni di arsi vivi. L’essere ebreo oggi è una questione complessa, che comprende anche sentimenti contraddittori».

Come quelli che regolano in conflitto israelo-palestinese?
«La questione ebraica in Palestina è una questione essenzialmente europea. Oggi un ebreo su due che vive in Israele è un sopravvissuto o figlio di sopravvissuti alla Shoah. Ebrei che non avevano un posto dove stare, tornati nelle loro case avite. Ebrei odiati in Europa, sterminati in Europa. La tragedia è che gli ebrei risultano dunque gli ultimi europei che vivano in Medio Oriente».

Sta dicendo che gli arabi vi odiano in quanto europei?
«Per i nostri vicini siamo gli ultimi imperialisti. Per questo vogliono che torniamo in Europa, dove siamo vissuti per duemila anni e a cui secondo loro ormai apparteniamo».

Con quali effetti psicologici e sociologici?
«Notevoli. Tsili, la piccola protagonista di Paesaggio con bambina, è una nomade psicologica. E il nomadismo è parte integrante della storia ebraica. Ma attenzione: In Israele si parlano 75 lingue diverse. La vicenda è universale».

Allora come mai tutti questi malintesi quando si parla di ebrei?
«Troppi pregiudizi. Troppe etichette. Anche da parte degli intellettuali. E invece sa che cosa distingue un ignorante da un intelligente? I fatti. Le persone intelligenti nell’affrontare la questione israeliana partono da una conoscenza diretta, dalla visione delle sfumature. In Europa invece si semplifica: gli ebrei? Prima vivevano qui. Dopo lo sterminio sono andati là perché sono stati espulsi. E adesso stanno facendo ai palestinesi quello che è stato fatto loro».

E invece?
«È tutto falso. Non ci sono campi di concentramento in Israele. Non siamo angeli, ma nemmeno diversi da altri Stati. La mia non è un’apologia: Israele ha un esercito, sono in corso dei conflitti. Ma ci sono brave persone e cattive, come dappertutto».

Nel romanzo «Badenheim, 1939» lei descrive la serenità che precede la tragedia. Lei in Israele si sente in consapevole pericolo? O il peggio è passato con la Shoah?
«Siamo circondati da oltre 200 milioni di arabi che non vogliono accettarci come vicini. E che sono attrezzati con armi moderne. In aggiunta, ci sono gli iraniani. E poi gli altri paesi musulmani, che dichiarano un giorno sì e uno no di volerci annientare e stanno mettendo in piedi un arsenale nucleare. Quindi: un miliardo di musulmani pensano alla distruzione di Israele e non la mettono in atto solo perché Israele è dotato di armi nucleari e loro no. Ma presto le avranno. Ogni bambino israeliano che veda la televisione si chiede: “Dove si trova la bomba e quando ce la lanceranno addosso?”».

Costante paura.
Non possiamo andare in Siria, né in Giordania, e nemmeno in Egitto, perché nonostante il trattato di pace, l’odio laggiù serpeggia. Dopo la paura dell’Europa, la paura del Medio Oriente. Possiamo solo sperare che non accada qualcosa di così terribile come l’Olocausto».

Avrei finito le domande, ma dispiace chiudere su questa nota tragica.
«Ascolti: ogni volta che vado a Roma e guardo l’Arco di Tito, mi viene in mente che molti imperi hanno combattuto gli ebrei. I romani, I persiani. I greci. E siamo ancora vivi. Ed erano imperi, mentre noi non lo siamo mai stati. Ce la faremo, anche questa volta».