L’infanzia e il ricordo secondo José Saramago

La foto che appare sulla copertina del libro Le piccole memorie di José Saramago (traduzione di Rita Desti, Einaudi, pagg. 120, euro 14) mostra un albero frondoso (forse una quercia), immerso in un grande spazio chiaro che si confonde con l’infinito. L’immagine ben traduce la natura di questi ricordi che riconducono al ciclo dell’infanzia del grande scrittore portoghese, dove ciascun frammento di vita si fissa con una straordinaria forza e nitidezza nel vuoto lasciato dagli anni. Lo stesso Saramago - soprannome della famiglia aggiunto all’anagrafe da un impiegato ubriaco - confessa che la memoria dell’adulto trattiene solo alcuni momenti impressi nella mente, e per questo egli s’interroga, scava nel tempo, cercando di comprendere «un certo essere che fui e che ho lasciato incagliato altrove nel tempo». Il racconto - il cui titolo era all’inizio Il libro delle tentazioni pensando al quadro delle «Tentazioni» di Hyeronimus Bosch - non vuole essere una biografia letteraria, ma solo ricostruire la stagione dell’infanzia perduta, quella legata alla casa che ora non c’è più ad Azinhaga, il rustico paese portoghese, che, nel 1922, diede i natali allo scrittore, con accanto il fiume Almonda, affluente del grande Tago. Luoghi presto abbandonati dai genitori, emigrati per necessità a Lisbona; nella capitale il bambino porta con sé le radici della terra, l’odore dei campi e dell’acqua, l’immagine indelebile «dell’immenso oceano dell’aria» che lo ha protetto e custodito.
Il flusso dei ricordi è discontinuo e giunge a lambire i primi anni dell’adolescenza, trascorsa in piccole soffitte degli ultimi piani (i meno cari) dei quartieri popolari, come quello della «Mouraria», dove il giovane José, insieme all’amico Félix, frequenta con assiduità il cinema «Piolho», nutrendosi di orribili pellicole; storie allucinate che di notte rivive terrorizzato, dormendo sul pavimento dell’unica stanza dei genitori, un sottotetto, con una piccola vasca adibita ad accogliere i vasi recettori delle deiezioni diurne e notturne. Siamo nella Rua dos Cavalerios, con la sua scala stretta e ripida, in cui torna volentieri la memoria dello scrittore che conserva, anche da adulto, un’immagine ricorrente: quella del ragazzo che sogna di planare dall’alto dell’edificio, sfiorando i balconi con la biancheria stesa al sole e i vasi di fiori, fino a posarsi dolcemente sull’acciottolato di Rua da Guia. Epoche lontane in cui il tempo appare incerto, le ore interminabili.
La scrittura interiore di Saramago annoda e cuce, mirabilmente, i vuoti lasciati dal tempo o dal dubbio. Fra i ricordi affiora una gita al convento di Safra e la scoperta della statua di San Bartolomeo, che mezzo secolo dopo avrebbe ispirato Memoriale del convento. Naturalmente al bambino diventato ragazzo non mancano i momenti della spensieratezza e dell’avventura sentimentale: il ballo con Alice nella sagra del paese, la pesca sul fiume Tago, «il nefando crimine» commesso contro i poveri passerotti trafitti dalla fionda o contro le sventurate rane colpite dal lancio dei sassi sulle radure del fiume.
«Il fiume - commenta lo scrittore sotto il peso del rimorso - le lavava di quel po’ di sangue che avevano versato, mentre io, trionfante, inconsapevole della mia stupidità, facendo su e giù nell’acqua, cercavo nuove vittime».
L’onda dei ricordi va avanti e indietro seguendo il corso emotivo delle prime scoperte: la storia del celebre romanzo Maria, la fata dei boschi, che la madre gli leggeva da bambino; come pure, successivamente, le pagine fantastiche del libro La capinera del mulino. Il tempo intanto scorre: il giovane José frequenta con successo la scuola di Largo do Leão e poi quella del Liceo «Gil Vicente», che però interrompe a causa delle difficoltà finanziarie della famiglia. Anche la morte del fratello Francisco, di cui non sembra esserci traccia nel registro dei defunti, è un tema sul quale si sofferma l’autore: la ricerca realizzata presso l’anagrafe fornirà lo spunto al romanzo Tutti i nomi.
Un capitolo particolare è riservato alla casa dei nonni materni, composta da una costruzione a un solo piano, il pavimento sterrato, le tegole a vista sul soffitto, dove di sera, spento il lume a petrolio, si poteva scorgere dalle fessure del tetto «lo scintillio di qualche stella vagabonda».
Nel filo del racconto entra, come sempre accade nell’opera di Saramago, la forza evocatrice della poesia che confonde l’esile trama: appare un uomo anziano, alto e magro, che accompagna il bambino nelle porcilaie dove le scrofe, con le mammelle gonfie, allattano i porcellini. È la figura mitica del nonno analfabeta, esemplificato a modello di saggezza popolare. Prima di morire, racconta lo scrittore, il nonno andò nell’orto, abbracciò gli alberi uno a uno, parlò con le loro ombre e i frutti che non avrebbe più mangiato.