L’infertilità femminile è in aumento

Infertilità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la considera una malattia a tutti gli effetti. Seppur con una leggera prevalenza femminile, oggi la difficoltà legata alla riproduzione è in aumento e riguarda entrambi i sessi: stime internazionali attestano che per i maschi il dato si aggira intorno al 45 per cento, mentre per le femmine è del 55 per cento. Al Centro di sterilità dell’università degli studi di Napoli, Federico II, struttura di riferimento per la regione diretta dal professor Giuseppe De Placido, ordinario di ginecologia e ostetricia della stessa università, passano ogni anno ben 700 coppie nuove per ricevere una cura ai problemi legati alla riproduzione. «L’infertilità femminile - spiega il professor De Placido - è in aumento. Molteplici le cause: da quella ovulatoria, all’anatomica all’infettivologica. Quest’ultima è in espansione. Qui incidono le malattie sessualmente trasmissibili, oggi sempre più diffuse per via di una certa liberalizzazione nei rapporti. Un altro aspetto da considerare, nella difficoltà riproduttiva, è il fattore età. Si è visto che, per stili di vita mutati, spesso le donne affrontano la prima gravidanza dopo i 30 anni. E’ chiaro che in questa fascia di età iniziano a diminuire sia le possibilità di un concepimento naturale sia le probabilità di successo nelle tecniche di riproduzione assistita. L’età materna, infatti, ha un impatto negativo a livello degli ovociti e sull’endometrio, vale a dire la sede anatomica in cui gli embrioni dovranno impiantarsi». La legge 40/2004 stabilisce a tre il numero massimo di ovociti da poter sottoporre a inseminazione “in vitro”, nell’ambito di ogni singolo ciclo di trattamento. Per questo motivo è necessario stimolare l’ovaio in modo tale da ottenere ovociti di alta qualità. Va in questa direzione l'impegno della ricerca farmaceutica di Merck Serono, con il primo prodotto biotecnologico (disponibile in Italia) contenente un’associazione di due ormoni, FSH umano ricombinante e di LH umano ricombinante, somministrabili entrambi in un’unica iniezione sottocutanea, indicato per la stimolazione ovarica in pazienti con una insufficiente produzione dell’ormone luteinizzante (LH).
«Si tratta del primo preparato che prevede l’associazione di due farmaci ricombinanti, quindi estremamente puri e costanti in ogni preparazione. Questa associazione - afferma il professore - offre indiscutibili vantaggi, come la possibilità di ridurre il numero delle iniezioni e la durata della stimolazione nell'ambito di un ciclo di fecondazione assistita. Inoltre, l’aggiunta dell’ormone LH consente di personalizzare il trattamento ed ottimizzare la risposta alla stimolazione, sia nelle pazienti in età avanzata (per le quali si sa che è importante ricevere questo ormone per avere una buona quantità e qualità di ovociti), sia in quelle donne giovani (circa il 15 per cento) che mostrano una risposta inadeguata alla terapia con solo FSH».