L’inquieta eredità degli psicanalisti

La psicoanalisi non è poi così fuori gioco come molti pretendono, soprattutto se continua a destare scandalo. Particolarmente scandalizzato era l’articolo uscito su il Giornale a firma di Tommy Cappellini mercoledì 3 settembre con il titolo, non possiamo dire benevolo: «Quei maledetti della psicoanalisi».
Il primo maledetto è Masud Khan, analista dai comportamenti estrosi, che intrecciava analisi con relazioni personali e anche erotiche. Il pezzo di Cappellini omette di dire che Masud Khan, proprio per i suoi modi disinvolti di trattare le terapie, fu espulso dalla società psicoanalitica britannica a cui apparteneva. Il secondo maledetto è Viktor Tausk, che sposò una paziente e più tardi si suicidò \. Il terzo maledetto è Bruno Bettelheim: anche lui si suicidò, utilizzando un sacchetto di plastica. Il pezzo omette di dire che Bettelheim era in una casa di riposo con una malattia terminale, e che il suo suicidio potrebbe essere meglio definito eutanasia.
I fatti raccontati dall’articolo sono tutti veri. Discutibile è invece il metodo di prendere alcuni casi umani, o alcuni casi estremi, per farne un paradigma demolitore della professione di psicoanalista e della psicoanalisi tout court. \
Altre cose invece, nell’articolo, non sono vere. Non è vero che Sigmund Freud e Melanie Klein abbiano, in violazione delle regole della professione, analizzato i propri figli. Vero invece è che molte osservazioni cliniche, riportate per esempio nell’opera di Melanie Klein come casi, sono basate sull’osservazione dei propri figli. Questo non significa che si tratti di analisi: sono dati d’esperienza interpretati in base ai concetti psicoanalitici che contribuiscono a far luce, in virtù della loro immediatezza, su punti chiave della teoria.
Occorre correggere anche quel che Cappellini asserisce sul suicidio di Juliette Labin, psicoanalista dell’entourage di Lacan, attribuendolo, come se fosse facile determinare linearmente la causalità di un suicidio, alla teoria di Lacan. Il suicidio di Juliette Labin avvenne dopo che Juliette fallì l’esperienza di passe, procedura di verifica della propria formazione alla quale nella Scuola di Lacan veniva accordata particolare importanza. Ciò portò a una crisi che in breve tempo condusse allo scioglimento della Scuola stessa per volere di Lacan. Questo va detto perché, contrariamente a quel che l’articolo fa apparire, il fatto non era stato assolutamente preso sottogamba, e ha condotto a un radicale ripensamento e a una globale riformulazione della procedura di passe.
Guardando senza veli pregiudiziali le storie che l’articolo racconta in modo piuttosto tendenzioso non ci sono quelle tracce di cinismo, disinteresse e indifferenza per i pazienti che Cappellini attribuisce ai loro protagonisti. Ci sono piuttosto una passione e un amore per la verità che hanno consumato quanti ne sono stati preda, che a volte li ha travolti, e se consideriamo il risvolto umano di questi grandi pionieri, dobbiamo farlo con il rispetto dovuto a chi, nel perseguire il sapere, non ha risparmiato se stesso e il più delle volte, in questa ricerca estrema, ha pagato di persona.
Presidente della Scuola lacaniana
di psicoanalisi

«Quei maledetti della psicanalisi» non è un articolo «scandalizzato»: il mio cuore ha troppi capelli bianchi per scandalizzarsi ancora. Masud Khan fu espulso dalla British Society nel luglio ’88, undici mesi prima della morte, quando già da anni si era fatto «notare» per la sua psicanalisi «ballerina». Per Bettelheim la modalità del suicidio (autosoffocamento più alcolici più barbiturici) tradisce qualcosa che la mia sensibilità non include nel termine «eutanasia». L’École Freudienne de Paris si sciolse dopo l’allarme lanciato dalla Labin, spinta al suicidio - lo racconta la biografa di Lacan, Élizabeth Roudinesco - dall’ostilità dei condiscepoli. Diverse storie della psicanalisi confermano che Anna Freud fu analizzata dal padre per quattro anni, a partire dall’autunno ’18. Melanie Klein parla da sola: «Ritengo sia necessario mantenere riservato il fatto che il soggetto del secondo studio è mio figlio» (lettera a Ferenczi del 14-12-1920). E così per gli altri due figli. Si può anche farsi travolgere dalla passione per la verità, ma non sul corpo e l’anima altrui.
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