L’INTERVENTO

Caro Direttore,
in questi giorni le pagine dei giornali traboccano di notizie sulla tragica fine dei fratellini di Gravina. Ho letto con attenzione le cronache ed i commenti apparsi sugli organi di informazione, colpita nell'animo di mamma di ragazzi di età press’a poco simile a quella degli sfortunati Francesco e Salvatore. Ne ho ricavato un senso di dolore profondo, acuito dalle imprecisioni, dalle mancanze e dalla stessa incoscienza di tanti, troppi protagonisti di questa triste vicenda.
Non credo sia giusto tacere le responsabilità di quanti avevano il dovere morale e civile di evitare che questa tragedia succedesse e che non hanno fatto nulla per scongiurarla.
Un palazzo di tre piani abbandonato, a poca distanza dal centro cittadino, pieno zeppo di trappole mortali, senza neanche un semplice lucchetto che impedisse l'ingresso.
Nel frattempo Filippo Pappalardi, il padre di quei due piccoli angeli, è rinchiuso nel carcere di Velletri da tre mesi; su di lui pende il sospetto più atroce: quello di aver ucciso volontariamente i suoi figli e di averne occultato i cadaveri. È proprio sulla vicenda e sul calvario di quest'uomo che vorrei spendere alcune parole.
Ad inchiodare Pappalardi sarebbe un'intercettazione ambientale ed una testimonianza, quella di un amichetto di Ciccio e Tore, a quanto si apprende incerta sulla data e maturata dopo diversi mesi. In altre parole, alquanto fragile.
Di Filippo Pappalardi le cronache hanno fornito impietosi ritratti: un carattere da duro, un prepotente, un padre padrone, un uomo severo con i suoi figli.
Basta questo a giustificarne la colpevolezza? Basta questo ad avvalorare la tesi che è l'assassino di due povere creature?
No, caro Direttore, concordo con Lei quando parla delle colpe gravi di chi ha condotto le indagini. E che, fin dall'inizio, sembrava più preoccupato di cercare un colpevole che di cercare le vittime.
È doloroso dirlo, ma la storia di Gravina, nella sua tragicità, ci pone di fronte ad un ennesimo motivo di riflessione sullo stato della giustizia penale nel nostro Paese.
Ammesso che l'irascibile padre di famiglia abbia sgridato i suoi figli e li abbia costretti a rifugiarsi in quel posto, deve essere considerato un assassino? Vi sono elementi per sostenere che i due fratellini siano stati gettati nel pozzo dal loro stesso genitore? Questa prova non esiste. Ciò che manca davvero in questa triste storia sono le prove, gli indizi.
Sono troppi ormai i casi di mala giustizia in Italia. Troppe le persone innocenti costrette a passare il resto dei propri giorni in carcere.
A tutto ciò non c'è però nessuno che risponda. La responsabilità dei magistrati è rimasta solo un'utopia. Ma così non si può andare avanti!