L’INTERVENTO

È più impossibile che difficile prevedere se nel suo prossimo viaggio in Medio Oriente, in programma per l'autunno, il Presidente Usa troverà israeliani e palestinesi pronti a stringersi la mano su un protocollo di intesa che preveda la nascita dello Stato di Palestina e una serie di clausole accettate da entrambe le parti.
Il viaggio dei giorni scorsi ha mostrato un Bush impegnato e determinato a ottenere da Israele e dall'autorità palestinese il sospirato accordo-quadro e dagli altri Paesi arabi un appoggio deciso al processo di pace; ma sui risultati della missione prevale lo scetticismo. La stampa internazionale ha messo soprattutto in rilievo la freddezza incontrata da Bush in alcuni Paesi della regione; quella italiana ha trattato l'avvenimento alla stregua delle cose che si riferiscono solo per dovere, dato che non hanno importanza.
C'è un eccesso di cinismo in questo atteggiamento. Che Bush si muova esclusivamente per interessi elettorali non è vero. La pace in Palestina fa parte di quel sogno di promuovere la democrazia in Medio Oriente che in Irak non si avvera dopo anni di guerra e migliaia di morti. Un progresso nel processo di pace in quell'area dimostrerebbe che la realizzazione di quel sogno è sempre possibile, che il mondo non ha futuro senza una consistente espansione della democrazia. È significativo che in Arabia Saudita e a Sharm El Sheikh, di fronte agli interlocutori sauditi ed egiziani, Bush abbia abbandonato il linguaggio diplomatico per assumere toni messianici. Ha sollecitato il pluralismo politico, l'apertura ai giovani e alle donne; ha ammonito che non si può vivere in eterno di petrolio, che occorre passare dal protezionismo al libero mercato, favorire l'iniziativa privata, istruire la gente. Nel nome della democrazia, ha previsto un futuro di pace e di benessere per l'intero Medio Oriente, purché israeliani e palestinesi trovino l'accordo e tutti i Paesi arabi siano concordi nel negare l'arma nucleare all'Iran, «sponsor del terrorismo mondiale».
È probabile che egiziani e sauditi avrebbero gradito altri toni ed altri accenti, ma Bush voleva lasciare un segno della sua determinazione nel perseguire un Medio Oriente aperto alla democrazia e ha parlato senza reticenze. Peccato che, come scrive Ennio Caretto, «il Medio Oriente e il Golfo Persico intendono discutere di un nuovo ordine non più con lui bensì con il suo successore». Peccato, perché se c’è un problema internazionale da anni fuori tempo massimo questo è la Palestina. Che cosa vuol dire aspettare ancora? Il tempo non è stato clemente con i palestinesi e non c’è ragione di credere che lo sia in futuro.
Se c’è un presidente Usa che vuole impegnarsi allo spasimo per raggiungere l'accordo tra israeliani e palestinesi, sarebbe dovere di tutte le Cancellerie dell'Occidente democratico appoggiare quello sforzo.
Il processo di stabilizzazione di un'area martoriata da decenni di sofferenze passa anche dagli sforzi di Israele e Siria, decisi a riprendere il negoziato di pace interrotto nel 2000. La formula prescelta per riaprire il dialogo, colloqui indiretti con la mediazione della Turchia, impone essa stessa cautela e la consapevolezza che la strada da percorrere sarà inevitabilmente lunga e accidentata. Ma i tentativi di riapertura del dialogo suggeriscono che si può guardare al futuro con una speranza in più.
Nell'attuale congiuntura internazionale è anche giusto dare attenzione agli sforzi intrapresi dall'Egitto per propiziare una tregua fra Israele e Hamas, avendo a mente l'emergenza umanitaria in cui versa la popolazione di Gaza. Sarà l'Egitto, fondamentale partner dell'Italia e dell'Europa per la stabilità in Medio Oriente, a valutare se appare utile un sostegno di accompagnamento dei nuovi sforzi che, ci risulta, sono in corso con l'assenso dell'Anp.
Con ogni probabilità, la nascita di uno Stato palestinese aprirebbe anche la soluzione del problema di Gaza, con Hamas in sicura difficoltà a mantenere il suo potere sulla Striscia, rafforzando la leadership palestinese moderata, e soprattutto togliendo ogni pretesto e residua simpatia ai gruppi estremisti e alle formazioni terroristiche.
*Sottosegretario

agli Affari esteri