L’INTERVENTO

«L’imposta non può essere solo l'espressione del potere statale, ma anche e soprattutto il segno del consenso sociale» (disegno di legge Berlusconi-Tremonti n. 2144/01). A questa (civile) esigenza risponde l'idea del ministro Calderoli di attribuire agli enti locali - nell'ambito della riforma federale - un tributo sui servizi erogati, con evidente natura di tassa perché correlato (attraverso - è ovvio - il principio del beneficio) al livello degli stessi: un tributo, dunque, appieno federalista, perché garantisce - se impostato sulla base di meccanismi ineludibili, uguali per tutto il territorio nazionale - una concorrenza a doppio titolo (fra i singoli enti e sulla qualità dei servizi) e consente ai contribuenti di «votare con le gambe» (trasferendosi, cioè, nel luogo che assicura migliori servizi a costi inferiori). Non risponderebbe a questi requisiti tipici del federalismo, un'imposta che avesse la propria base imponibile - com’è per l'Ici - negli immobili in quanto tali (che sono immobili per definizione). Naturalmente, il tributo sui servizi dovrebbe essere accompagnato dalla soppressione del tributo provinciale ambientale (un doppione della Tarsu, abolito dal governo Berlusconi e ripristinato da quello Prodi) così come dell’imposta di scopo (un doppione dell’Ici, per le prime case e gli altri immobili per i quali quest'ultima imposta sopravvive).
Ma la riforma federale è l’occasione buona per dare finalmente attuazione anche a un paio di altre idee, che solo in Italia - a quanto risulta - non si riesce a far passare.
1) Union square, a New York, è «gestita» dagli stessi cittadini che vi abitano: ne curano la manutenzione in cambio di benefici fiscali concordati con l'amministrazione della città. Perché non deve essere possibile prevedere una cosa del genere anche da noi?
2) L'ideologia statalista è fallita, il cittadino deve - almeno in parte - ridiventare (come quando i Parlamenti controllavano la spesa dei sovrani) padrone dell'imposta (ne ha scritto il professor Luca Antonini, uno degli esperti del ministro Calderoli, su Amministrazione civile, 2006). Va allargata, per i contribuenti, la possibilità - già esistente - di destinare una quota delle proprie imposte a enti meritevoli, ma va data, sempre ai contribuenti, anche la possibilità di scegliere tra il finanziamento di un’opera pubblica o di un'altra, e questo attraverso adeguate forme di consultazione popolare, vincolanti per la classe dirigente politica.
3) Va, ancora, seriamente esplorata la possibilità di introdurre nel nostro ordinamento (quantomeno per gli enti locali che volessero aumentare gli attuali livelli di spesa e di fiscalità) il sistema di controllo indiretto di questi ultimi studiato dall'americano Dwight Lee, un economista studioso della teoria delle scelte pubbliche: potestà impositiva condizionata (A) al pareggio del bilancio su base annua e (B) alla devoluzione al governo centrale di una percentuale fissa dell'imposizione tributaria locale.
4) Devono, poi, essere varati rigorosi (e dettagliati, non per grandi capitoli) criteri di classificazione dell'imposizione fiscale locale, così che si possa stabilire - per ogni ente locale - il preciso giorno di «liberazione fiscale» (il giorno in cui si comincia a lavorare per sé, quindi, e non più per il fisco), come è possibile fare negli Stati Uniti per i singoli Stati.
5) Il controllo elettorale sulla spesa, in gran parte non funziona più. Bisogna allora prenderne formalmente atto e provvedere di conseguenza. Come può funzionare, del resto, dove - come in Umbria, lo hanno sottolineato Galli Della Loggia, Stramaccioni e Petrollini nel loro Rossi per sempre - la percentuale dei dipendenti pubblici rispetto agli elettori raggiunge percentuali assurde? D’altra parte, l’Italia è anche l'unico Paese europeo nel quale non esiste alcun controllo sulla spesa locale (che, per questo, è la nostra vera voragine dello spreco). Bisogna istituirlo, col coraggio di andare controcorrente: chi non spreca, del resto, non si lamenterà, perché non avrà da temere alcunché.
Un'ultima cosa. Nel governo della fiscalità, ricordarsi - sempre - di quanto ebbe a dire Luigi Einaudi, peraltro un fiero sostenitore delle autonomie locali, come ben noto: «La spinta a spendere c’è sempre, quando esiste la possibilità di tassare» (Assemblea costituente, 31.7.1946).
* presidente Confedilizia