L’INTERVENTO

di Fabrizio Cicchitto
Per ciò che riguarda la formazione del partito del Popolo della libertà viviamo una situazione che presenta indubbi elementi di paradossalità. Infatti per un verso il Pdl è già cosa fatta. Esso si è presentato con una lista unica alle elezioni sotto la leadership di Berlusconi.
All’unificazione del centrodestra e alle sue tre vittorie dal 1994 ad oggi hanno dato un contributo molto rilevante An e la Lega. Questo schieramento, però, non si sarebbe neanche coagulato e non avrebbe mai vinto senza il ruolo carismatico di Berlusconi e senza la funzione unificante di Forza Italia.
Di conseguenza il Pdl è innanzitutto il «partito del leader», una leadership conquistata sul campo. Questa del «partito del leader» non è un’anomalia italiana ma una situazione che caratterizza tutto l’occidente: la lotta politica nel mondo occidentale è segnata dall’esistenza di leader che si confrontano fra di loro.
Detto tutto questo però il discorso sulla costruzione del partito unico non può certo fermarsi solo alla riaffermazione della leadership di Berlusconi. Infatti la stessa esperienza degli altri paesi dell’Occidente ci insegna un’altra cosa. Infatti dietro i leaders, in tutti paesi dell’Occidente, Usa compresi, ci sono dei grandi partiti.
In sostanza ad una forte leadership deve corrispondere un partito forte e organizzato. Insomma è indispensabile una combinazione fra la leadership e la democrazia interna.
Prendiamo anche esempio da Obama negli Usa. Obama ha affermato una leadership straordinaria sul piano mediatico ma alle spalle aveva due formidabili «macchine» politico-organizzative: da un lato migliaia di ragazzi impegnati a presidiare il territorio dall’altro lato l’utilizzazione di tutte le risorse di internet per una comunicazione capillare.
Noi dobbiamo fare qualcosa di analogo, ovviamente non di uguale.
Non credo che nessuno nutra l’idea suicida di incapsulare Berlusconi nei meccanismi e nei riti di un partito tradizionale (del resto l’operazione sarebbe impossibile) ma nel contempo bisogna definire gli obiettivi e i meccanismi della forma-partito del Pdl e della sua democrazia interna.
È inevitabile che ci sarà una fase transitoria (quella attuale) abbastanza di vertice, fondata su un’intesa su numeri prefissati (70-30%) che serve ad evitare conflitti al momento del decollo.
Il problema, però, è quello di definire uno statuto e una forma-partito «a regime». Da questo punto di vista mi sembra che il Pdl deve fondarsi sugli eletti (dai parlamentari, ai presidenti e sindaci, ai consiglieri regionali, comunali e provinciali, fino, nella città, ai consiglieri circoscrizionali).
Per esempio il nuovo partito può mantenere un’impostazione leaderistica per ciò che riguarda la nomina assai delicata dei coordinatori regionali (designazione da parte del leader, sentito l’esecutivo del partito) e invece può affidarsi all’elezione diretta dei coordinatori comunali e provinciali (con due ipotesi possibili: l’elezione fatta con il voto ponderato degli eletti in quella zona, oppure con l’intreccio fra il voto degli eletti e quelle di coloro che si «registrano» come sostenitori del partito).
Questo meccanismo misto combina insieme il ruolo della leadership con la costruzione di una democrazia interna fondata su qualcosa di serio, che non sia il ricorso esclusivo al tesseramento, che presenta, come le preferenze, ben noti pericoli degenerativi. Si tratta di ipotesi statutarie sulle quali discutere.
La struttura di partito deve essere costruita con l’obiettivo di radicare il partito sul territorio.
Questa operazione, fondata su una forte identità regionale, è richiesta anche dal federalismo istituzionale e, al Nord, dall’esigenza di rispondere alla concorrenza dell’alleato Lega Nord.
Nei piccoli-medi paesi del Nord Est e del Nord Ovest, dove è la miriade di imprese del capitalismo molecolare, bisogna che il Pdl ritorni al lavoro capillare di base e che emerga una nuova leva di amministratori locali.
Inoltre dobbiamo sempre ricordare che a livello delle elezioni amministrative l’effetto Berlusconi non basta: o sono in campo candidati localmente credibili o esse vengono perse.
Infine il nuovo partito dovrà essere molto attento a consolidare l’interclassismo che caratterizza il blocco sociale del centrodestra (piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti e lavoratori dipendenti).
In secondo luogo il nuovo partito deve darsi un intensa vita di formazione e di elaborazione politico-culturale e programmatica che esalti il suo pluralismo culturale. È molto importante che ci sia una permanente elaborazione fatta da fondazioni, riviste, circoli, come del resto avviene negli Usa. Il risvolto istituzionale di tutto ciò deve essere quello di puntare a mutare il bipolarismo in bipartitismo. Solo quando arriveremo ad una democrazia dell’alternanza fra due leader e due partiti che insieme si contrappongono e reciprocamente si riconoscono, potremo dire che abbiamo dato vita ad una democrazia normale.