L’INTERVISTA ENZO MARTINELLI

Roma «Sarà un disaster movie sull’alluvione di Firenze, ma anche una storia di redenzione. E se mi va lo giro pure in 3D». Infaticabile Renzo Martinelli. Il barbuto regista di Cesano Maderno, classe 1948, amico di Bossi e per questo ascritto all’ala destra del cinema, non si ferma un attimo. Teorizza: «Devi mettere molte bistecche sulla brace per mangiarne una». Fuor di metafora: bisogna impegnarsi su più progetti per farne partire uno. Così, terminata l’edizione del kolossal Barbarossa, che uscirà il 9 ottobre distribuito da Raicinema, il regista sta già lavorando a un’altra impresa da far tremare i polsi. Appunto: Gli angeli del fango, sottotitolo inglese The day that Firenze died, il giorno che Firenze morì.
«Con l’acqua ho una certa esperienza» sorride Martinelli, alludendo al certosino lavoro di ricostruzione compiuto per Vajont. Lui si dice convinto che «un film sull’alluvione di Firenze lo vendi dappertutto, dal Canada alla Nuova Zelanda». Del resto, con l’eccezione di una scena di Amici miei atto II e di una toccante sequenza di La meglio gioventù, l'apocalisse fiorentina del 4 novembre 1966, col suo carico di fango, distruzione e morte, non è mai stata davvero raccontata».
Primo ciak a febbraio, vero?
«Direi di sì. La sceneggiatura è pronta, sto finendo di mettere insieme i capitali, ho il sostegno di Medusa, della Film Commission toscana e probabilmente di quella piemontese, Francia e Germania saranno della partita. Anche il cast è quasi pronto. Ci saranno F. Murray Abraham, Paul Sorvino, Giancarlo Giannini, Angela Molina. Mi resta da trovare il protagonista».
Ha detto niente.
«Ma no. Sono in trattativa con Nicolas Cage e Vincent Cassel per il ruolo di Lupo, il bandito al centro della storia. Con Cage sono sei mesi che ci scriviamo per mail, neanche fossimo fidanzati. Cassel s’è detto molto interessato, pure pronto a coprodurre con la sua società. Vedremo chi dei due: questione di settimane».
Chi è Lupo e cosa c’entra con l’alluvione?
«Un rapinatore di banche, un tipo tosto, silenzioso, che non fa sconti. In fuga dopo un colpo finito male, distrugge l’auto di Natalie, una giovane restauratrice francese alle prese con un dipinto del Bronzino. Lui finisce in carcere, dove l’aspetta la cella di punizione. È il 25 ottobre 1966, Firenze è battuta da una pioggia torrenziale, insistente, che sta gonfiando l’Arno, a sua volta in piena dopo lo straripamento di tutti i fiumi del Mugello».
La catastrofe è nell’aria.
«All’inizio nessuno sospetta che un mare di acqua e fango stia per abbattersi sulla città. Solo un tecnico che lavora all’acquedotto dell’Anconella intuisce la portata del possibile disastro. L’idea è di far confluire le tre storie: Lupo che tenta di evadere per scampare alla vendetta di un complice; Natalie alle prese con un fidanzato cretino e il suo amore per l’arte; Maggiorenti, il tecnico, che non riesce a farsi ascoltare dai poteri pubblici».
Finché il 4 novembre l’ondata di piena non sconvolge tutto.
«Sì. Immagini un fiume d’acqua alto cinque metri che scorre per le vie di Firenze, a 60 chilometri all’ora, trascinando auto, detriti, corpi umani. È in quel contesto che Lupo e Natalie si ritrovano. Ma non mi faccia dire altro. Il titolo l’ho preso da un articolo di Giovanni Grazzini sul Corriere della Sera di allora. Diceva: “Li avete insultati, li avete derisi, questi giovani. Ebbene d’ora in avanti che nessuno si permetta più di insultarli: sono stati angeli, gli angeli del fango”. Andò proprio così: studenti, capelloni, turisti, detenuti. Tutti rivelarono squarci di umanità inaspettata».
Stavolta sarà difficile girare tutto in Romania come ha fatto per Barbarossa.
«Giriamo a Firenze, nei veri posti dell’alluvione. Per le sequenze più catastrofiche ricostruiremo porzioni di piazze e strade, il resto si fa col digitale. Saremo fedelissimi. La Film Commission ci ha messo a disposizione decine di filmati in super 8 girati dai fiorentini nei giorni della tragedia. Mostrerò l’orgoglio della città, le straordinarie energie di solidarietà internazionale che si misero in moto».
E gli altri film annunciati? Quello su Marco d'Aviano e l'assedio di Vienna del 1683, la vera storia della morte di Mussolini.
«Stanno lì. Lei mi conosce, io faccio solo i film che mi piacciono. Spesso contro tutto e tutti. Barbarossa, ad esempio, nasce anche come una sfida produttiva. Volevo cimentarmi con un kolossal all’antica: battaglie, masse in movimento, cavalli, lance, spade».
Quindi non ha agito sotto dettatura della Lega?
«Sciocchezze. Era un bel pezzo di storia patria da raccontare. Poi è vero: sono amico del Senatùr, c’è affetto tra noi, sa che sono lombardo, se chiama io vado. Bossi fa le sue battute. Potranno anche non piacere, ma è un uomo lungimirante e lucido, ha messo in moto un movimento di popolo che fa spavento».