L’INTERVISTA LUISA MANZONI

Uno dei momenti più importanti della promozione libraria è quello dell’incontro fra autore e pubblico. Che avviene in libreria, durante manifestazioni o fiere letterarie, sulla spiaggia o in un capannone dismesso. Ne parliamo con Luisa Manzoni, che da una dozzina d’anni lavora nelle case editrici. È partita come factotum all’ufficio stampa di Longanesi, poi si è occupata del merchandising di prodotti legati al mercato editoriale e da cinque anni si occupa del ramo «eventi» per il gruppo di case editrici Ponte alle Grazie-Salani-Magazzini Salani-Ape Junior e Nord.
Che cosa innesca di più il successo di un libro?
«Il marketing. Se l’editore punta da subito forte su un titolo, e lo presenta con favore ai librai, il numero di copie prenotate sale, soprattutto nelle libreria “di catena”. A questo punto aumenta anche la probabilità che il pubblico noti il libro e cominci a comprarlo».
E il passaparola non basta?
«Il passaparola si innesca difficilmente su un libro di nicchia, stampato e distribuito in poche copie. Ed è quasi sempre un fenomeno che ha luogo in un secondo momento».
Che scopo hanno le presentazioni di un libro?
«A volte solo quello di accontentare un autore, di fargli godere di un momento di attenzione. Ma spesso si fa per accontentare i lettori, che vogliono conoscere qualcuno di cui hanno letto o sentito parlare. È accaduto di recente con Michel Onfray (portabandiera dell’ateismo, ndr). A Torino e a Milano la gente veniva perché voleva vedere com’è fatto di persona».
Il modo di parlare di libri dal vivo sta cambiando?
«Certamente. Si privilegiano ormai ambientazioni anche particolari, locali pubblici alla moda o addirittura negozi. Per esempio un negozio di cucine per presentare un libro di gastronomia».
Quindi a volte conviene portare il libro fuori dalla libreria?
«Sì. Un esempio: tre anni fa uscì per Tea un romanzo intitolato La verità è che non gli piaci abbastanza, di Greg Berhendt e Liz Tuccillo, da cui è stato tratto adesso un film. Organizzammo una presentazione in un locale di moda a Milano, Le biciclette, con la collaborazione di tre sponsor. Vennero centinaia di persone. Da allora abbiamo continuato in parte su quella strada».
Con quali autori ha incontrato maggiore facilità negli incontri con il pubblico?
«Proprio con un’autrice che è anche un’esperta di cucina: Roberta Schira. A partire dal suo libro L’amore è goloso, scritto insieme ad Allan Bay, che era molto più conosciuto, ha cominciato a costruirsi un pubblico di lettori e di ammiratori che la seguono fedelmente. E lei, con molta umiltà, va ovunque».
Un comportamento elusivo è pagante? Si nota di più se uno c’è o se non c’è?
«Certi autori non possono mostrarsi in pubblico perché sono troppo popolari e creerebbero più che altro complicazioni. La Rowling, a esempio, la creatrice di Harry Potter. Anche Margaret Atwood non ha mai fatto una presentazione in Italia. Tra gli autori italiani, Stefania Bertola seleziona molto gli incontri, anche adesso che ha un nuovo libro in uscita. Però in generale non mi è mai successo che qualcuno volesse rimanere in disparte. Alcuni autori, come il disegnatore Quino, passano più tempo a firmare le dediche che a parlare del libro».
Contano le cibarie, per attirare il pubblico?
«Qualcuno partecipa solo per l’aperitivo o il buffet, per esempio allo spazio Krizia di Milano. Dei libri non gliene importa niente. In altri casi la gente fa la fila, o addirittura paga per ascoltare un incontro, come avviene in certi festival. In questo senso, bisogna cercare di far breccia, portandoci anche gli autori meno noti, non solo quelli di richiamo mediatico».
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