L’intraducibile Cina il mondo senza persone

Al centro della storia occidentale c’è sempre l’io, origine e fonte del diritto. Qui decine di etnìe sono tenute insieme dall’amministrazione

da Pechino
La prima parola è rinvio. Le parole devono affiorare da sole, non basta guardare e annotare, è necessario che le cose scendano e poi risalgano dopo avere agganciato qualcosa che stava già là sotto. Solo allora le parole cominciano a mostrarsi, lentamente.
Mentre il taxi mi conduce dall’aeroporto di Pechino alla città dico a me stesso: non fare l’intellettuale. Cerca solo di guardare, guardare, guardare, e mettere insieme ciò che vedi. La prima immagine che riempie il mio campo visivo appartiene a qualcosa di mai visto, nemmeno in America: una corona smisurata, un arco alpino di grattacieli e palazzi altissimi e imponenti. Distinguo il Monte Bianco, il Rosa, il Cervino, il Pizzo Bernina.
I primi pensieri sono di tipo quantitativo: dieci volte Manhattan? Venti volte? Ma la quantità non porta da nessuna parte, se si comincia da lì. Un miliardo e trecento milioni (di abitanti). Sessanta milioni (di miliardari). Cento (circa, il numero di università nella sola Pechino). Trentadue milioni (il numero di abitanti di Chongqing, il maggiore agglomerato urbano del Paese). Novecento milioni (di poveri). Seimiladuecento (costo in dollari del diritto ad avere un figlio in più rispetto all’unico concesso dallo Stato, legge del 1979). Mille/diecimila (le condanne a morte annue accertate - il 63,48 per cento sul totale mondiale - e quelle ipotizzate). Ma ci sono anche le cifre degli investimenti cinesi nel mondo: Africa, America, Europa. Italia.
Rinviare, rinviare. Troppe cifre. «Più lieve legno convien che ti porti». Se mai, è dal numero nove che si dovrebbe cominciare: il numero sacro che, qui, si ripete all’infinito, dalle rampe di scalini dei templi fino al numero vertiginoso delle stanze di cui si compone la Città Proibita: novemilanovecentonovantanove.
UNA LUNGA LEZIONE
Sono giunto a Pechino per una lezione all’università economica (Uibe) e per un intervento a un convegno di studi danteschi. Ma sono qui anche per raccontare qualcosa a un gruppo di professori universitari. Vogliono sapere qualcosa da me «come uomo di cultura italiano».
Le loro domande sono concrete, semplici, chiare. Il mondo da cui provengo li interessa profondamente. Per l’Italia la Cina è un interlocutore economico, mentre l’interesse della Cina nei nostri confronti va oltre l’economia, la loro strategia è più articolata.
Noi che lavoriamo con la Cina - nel commercio, nella finanza, nell’impresa - non ci accorgiamo nemmeno di essere soli, uno per uno, di fronte a un mondo compatto, che si muove compattamente. E non ce ne accorgiamo perché noi, invece, non portiamo in Cina il nostro mondo, portiamo (al massimo) solo noi stessi, la nostra avidità: per questo i cinesi ci vogliono rapire pezzi di quel mondo che noi, ai loro occhi, stiamo sottraendo loro.
La Cina, invece, è sempre un mondo, ed è come mondo che si muove. L’apparente individualismo di molti rampanti non deve trarre in inganno. La Cina è un mondo e cerca mondi - tant’è che, all’università per le discipline economiche, si studia Dante.
Una ragazza cinese di nome Gina, o Angela, o Maria, buona conoscenza dell’italiano, è la vostra guida. Le piace parlare di tutto, è brillante e asseconda ogni vostro capriccio: se volete andare di qua vi porta di qua, se volete mangiare in quel ristorante, nessun problema, se desiderate visitare la Grande Muraglia, detto fatto. Conosce Dante, Machiavelli, Vico, Leopardi.
Chi sia questa Gina, o Angela, o Maria, non lo saprete mai, nemmeno se diventerà la vostra amante. Nemmeno il giorno in cui darà la propria vita per salvare la vostra. Non saprete mai a chi obbediva quando obbediva a voi, a chi diceva sì quando vi diceva di sì. Qualcuno dice: una spia. Forse. Ma non necessariamente una spia nemica.
Rinviare, rinviare. La Cina non sono questi grattacieli a perdita d’occhio, non è la gentilezza della vostra hostess, e non è neppure l’orrore che di tanto in tanto si manifesta in immagini raccapriccianti ben note al popolo di internet (qui razionato come un tempo fu il riso). Sono immagini vecchie di anni. Corpi di neonati morti abbandonati agli angoli delle strade - quelli che non si sono potuti far scomparire in altro modo - in mezzo non si sa se all’imbarazzo o all’indifferenza della gente.
La Cina non è nemmeno questa violazione dei diritti umani più elementari. Non è la somma delle condanne a morte comminate ed eseguite. La Cina non è questo. La Cina non sono nemmeno quei gentilissimi professori di italiano che, nell’aula magna della Uibe, mi ascoltano con attenzione mentre descrivo loro l’alba dell’uomo europeo, tra dèi migratori e divinità stanziali, tra infinite contaminazioni e numeri primi, tra continuazioni di continuazioni e inizi assoluti. Mi ascoltano mentre parlo loro di cose la cui stranezza si ripercuote in me, non appena li guardo negli occhi. Quella cosa irriducibile (intraducibile) a tutto, che resta fissa nel marinaio, che non si cancella mai dal suo cuore per quanti porti abbia visto, e paesi, e donne, e mostri.
Racconto loro di essere stato in Occitania sulle orme di un pittore fiammingo (Klemer) che attraversando il Piemonte conobbe un altro pittore che influì molto su di lui, Spanzotti. Il quale fu a sua volta allievo del Foppa, che tanto dovette all’incontro con il Mantegna, che a sua volta, a Padova, ebbe l’incontro decisivo della sua vita: Donatello. Racconto di tutti questi contagi, e poi ecco la cosa strana: giunti a Donatello ci si deve fermare, per quanto si conoscano i suoi antecedenti: la novità (o il morbo), che poi si comunicherà a Mantegna, Foppa, Spanzotti, Klemer, comincia con lui. La storia non è fatta solo di migrazioni e contaminazioni, ma anche di questa irriducibilità/intraducibilità.
Loro mi guardano e tentennano il capo, in segno di approvazione. Sanno che qui c’è un segreto, e che un po’ per volta lo sveleranno. La scommessa è questa.
IL VESTITO PIÙ BELLO
Piazza Tienanmen è larga cinquecento metri e lunga ottocentottanta. È la piazza più grande del mondo. La sua superficie è di quarantaquattro ettari.
I taxi non possono fermare sulla piazza. Devono percorrere tutto il lato lungo l’Assemblea del Popolo e posteggiare a una cinquantina di metri, su una via laterale. Sui due lati maggiori si trovano il già citato Palazzo dell’Assemblea - dove si è svolto da poco il XVII Comitato Centrale del Partito comunista, nel quale Hu Jintao è stato rieletto alla presidenza - e il Museo della Rivoluzione (che è una contraddizione in termini: come può la rivoluzione sopportare che le venga dedicato un museo senza travolgerlo immediatamente?). Su uno dei lati minori sorge la Tienanmen vera e propria, la Porta della Pace del Paradiso, da cui la piazza prende il nome.
La piazza è così grande che per raggiungere la Porta, da cui si accede alla Città Proibita, dal punto in cui il taxi ci ha lasciato dobbiamo percorrere non meno di un chilometro a piedi. Se avete sentito dire che Mao è stato un cattivo presidente, che ha ritardato lo sviluppo del Paese, voi credeteci - è probabile che questa sia l’opinione autorizzata -, ma poi non vi stupite se gli stessi che alimentano questo giudizio alimentano anche il culto di Mao.
Quale che sia la vostra opinione sul leggendario Presidente, non potrete non provare una certa commozione alla vista di quelle migliaia di individui, perlopiù poveri, quando non poverissimi, che tutti i giorni della settimana per tutto il giorno fanno la fila per poter sostare per pochi secondi nel mausoleo che sorge a tre quarti della piazza. È una fila lunga chilometri, che spesso si avvita su di sé perché il perimetro di Tienanmen è troppo esiguo. Vengono da tutta la Cina, alti, bassi, facce mongole e facce indocinesi, altre con tratti quasi europei, altre ancora tinte d’indiano, donne feroci dai fianchi larghi e dalla voce fiera e uomini millenari, aggrinziti e dagli occhi piccolissimi pieni di un’immemorabile saggezza.
Questa gente è diversa da quella che s’incontra per le strade dello shopping a Pechino. A Pechino la gente è alta, i ragazzi atletici e le ragazze belle e vestite con malizia ma senza esagerare. Viceversa, in piazza Tienanmen prevalgono ancora i corpi forgiati dalla razza (piccoli, storti, oppure grassi, o ancora enormi, giganteschi) e non dalla modernità omologante (diete, parrucchiere, palestra, istituto di bellezza), e quanto all’abbigliamento niente più Prada ma completi grigio scuri con le caratteristiche giacche di un tempo, il tempo più bello, quello della rivoluzione. E questo abito resta, a sua volta - vuoi perché qualcuno è rimasto comunista, vuoi perché ci sono novecento milioni di poveracci - il vestito più bello.
CERIMONIE ASSOLUTE
Intanto, continuo a ripetermi che non devo assolutamente cedere alla pretesa di capire la Cina. È il mio ritornello. Ma devo registrare tra me le differenze che riscontro tra questo mondo e quello che mi ostino a chiamare il mio mondo.
Già. Che cosa definisce un mondo? Il desiderio. Senza desiderio non c’è più mondo - né interiore né esteriore. Restano alcuni apparati (lo Stato, le comunicazioni, l’esercito, ecc.), tanti musei, ma nessun mondo.
Qui tutti i nomi antichi fanno riferimento a un mondo che sembra non avere niente a che vedere con il nostro: un mondo abitato da altri abitanti, situato non su questa terra ma in un luogo migliore. Un mondo che, probabilmente, non ci riguarda - parlo di noi mortali, cinesi e non - ma che è ugualmente più importante del nostro. Alcuni esempi: «Porta della Grandezza Divina», «Porta Fiorita dell’Est», «Sala dell’Armonia Suprema», «Sala della Purezza Celeste», «Palazzo del Nutrimento dello Spirito», «Padiglione della Pioggia di Fiori», «Palazzo della Tranquillità e della Pace», «Palazzo delle Nuvole Ordinate», «Padiglione delle Nuvole Preziose», «Tempio del Mare di Saggezza».
Queste parole corrispondono alle nostre «Piazza Farnese», «Corso Garibaldi», «Palazzo Pitti» eccetera. L’onomastica degli edifici e in generale tutta la toponomastica designano diversi soggetti. Il soggetto-Occidente è fatto in gran parte di nomi propri, ossia di persone fisiche. Al di là dell’etimologia (che, come molti sanno, proviene dall’antico etrusco e significa all’incirca «maschera») la persona ha in Occidente una dignità giuridica fin dall’antichità. La persona viene riconosciuta come origine, fonte di diritto.
Lo stesso vale per la storia e per i luoghi della sua memoria, le biblioteche e i musei. Al centro della storia occidentale c’è sempre la persona umana con le sue azioni. Queste azioni si possono raggruppare in tendenze, possono rivelare idee-guida, si possono interpretare secondo questa o quella chiave di lettura, e soprattutto si possono - com’è stato - condensare in leggi. Ma alla radice c’è sempre lui, l’uomo singolo.
«Roma ha conquistato l’Occidente con la forza delle leggi - servendosi a questo scopo delle armi e delle strade» osserva un gentile e coltissimo professore cinese, nel suo perfetto italiano, «mentre la Cina ha ottenuto lo stesso risultato, tenendo insieme una trentina di etnìe diverse, grazie alla sua formidabile amministrazione».
Gli chiedo quale sia stato, a suo parere, il punto di forza dell’amministrazione, e la sua risposta è pronta quanto inaspettata: «La ritualità. I cerimoniali». Per capire qualcosa del nostro Paese, aggiunge, è necessario tenere presente questo elemento. Oggi, in questo oggi rutilante e pieno di promesse, il passato permane al fondo della Cina e della sua modernità come il cielo delle stelle fisse, come un oracolo di Delfi. Immutabile. Un passato di grandezza senza leggi, tanto che il problema dell’aggiornamento dei codici civile e penale e della formazione dei giudici e dei magistrati è uno dei più urgenti ai nostri giorni. Un passato che manifestò la sua grandezza non tanto con l’arte e l’architettura, quanto con la grandiosità dei suoi riti.
I musei cinesi trattengono, del passato, soprattutto i riti, i cerimoniali, i metodi e i dispositivi di potere, mirabili e sempre uguali nei secoli, come i bellissimi vasi, i cui motivi sempre ripetuti attraversano noncuranti secoli e secoli. Persino l’imponente museo dedicato a Confucio, l’intellettuale più influente della storia cinese, ci parla poco della sua vita e molto del suo metodo educativo - dei suoi rituali - per la formazione dei quadri dirigenti dell’Impero.
Confucio non fondò nessuna religione: era un filosofo, e ai suoi allievi insegnava la musica, la medicina, e le sole leggi di cui parlava erano le leggi della natura, o quelle dell’animo umano. I suoi allievi dovevano essere esperti tanto nel domare i cavalli quanto nello scrutare attentamente gli occhi delle persone, per catturarne le segrete intenzioni, la sincerità e la doppiezza. Ma di leggi positive, di codici e di giurisprudenza non si parla mai.
Nessun discorso sulla Cina può prescindere da questa sua anomalia planetaria. La sua è, con il Giappone, l’unica immensa civiltà giunta fino a noi ed entrata a pieno diritto nella post-modernità senza derivare pressoché nulla dall’Occidente. L’idea di legge - così forte in Roma, nell’ebraismo e nell’islam - qui è quasi assente. Il potere segue altre vie.
Una ragazza di Pechino, studentessa d’italiano, mi confessa: «Di tutti i vostri autori, io preferisco il Machiavelli, perché è più cinese che italiano».Non la legge, ma la realtà effettuale.
Camminando per Pechino, immergendosi nella sua vita pulsante, nella sua vertiginosa modernità, nel suo apparente occidentalismo, nella sua energia contagiosa, visitando musei e templi ma anche le gallerie d’arte e i locali più trendy, visitando con sgomento i cantieri dove si preparano le Olimpiadi del 2008, o quello dove sta sorgendo la nuova, audacissima torre della tv, entrando in una delle sue innumerevoli università, facendo tutte queste cose e altre dello stesso tipo, bene: se si tengono gli occhi aperti non si può non percepire questa obbedienza degli uomini a un ordine diverso, a un diverso progetto di vita, a una diversa idea di Stato - dove le ideologie, inclusa quella comunista, sono dettagli passeggeri, fonti di parole, spunti utili per adattamenti contingenti, e non molto di più -, ma più ancora a un diverso ordine del Tempo (che loro, non a caso, misurano non secondo gli anni ma secondo le dinastie).
Camminando per Pechino è questa la diversità che ci affascina e ci fa paura - ma una paura giusta e in qualche modo bella. La diversità non è una parola o un concetto, la nostra cultura ha voluto ridurla a un concetto, a un atteggiamento culturale, a un incontro senza scontro. Invece lo scontro ci deve essere. La ferita deve dare sangue.
È con questi pensieri che faccio il mio ingresso nella Città Proibita.
(1.Continua)