L’inutile polemica contro l’arte italiana

La mostra parigina della Belli stroncata come «revisionista» è un nuovo capitolo nella confusione tra procedimenti critici e processi di epurazione

La mostra «Italia Nova. Une aventure de l'art italien 1900-1950», in corso attualmente a Parigi al Grand Palais e curata da Gabriella Belli, direttrice del Mart di Rovereto, è stata accolta con una stroncatura senza appello da Philippe Dagen, critico del quotidiano Le Monde.
Della rassegna Dagen non ha salvato nulla. Ha attaccato la qualità delle opere, sostenendo che non sono ben scelte. Ha fatto capire che tutta l’iniziativa è stata un ripiego, nato solo per riempire un buco imprevisto nel programma espositivo. Ma soprattutto, e su questo si è scatenata la polemica, ha accusato la mostra di essere revisionista, di aver nascosto il fatto che Sironi, Martini e gli altri erano fascisti, e quindi di non aver approfittato delle loro opere per impartirci una bella lezione di democrazia.
Quest’ultima critica, in sé e per sé, non è nuova, anzi è piuttosto stantia. Sembrava che fossero passati i tempi (era il 1964, oltre quarant’anni fa) quando De Micheli, partigiano e intellettuale organico del Pci oltre che storico dell’arte d’indiscusso valore, fece scandalo a Torino per una personale di Sironi. Sembrava che fossero passati i tempi (era il 1990) in cui, durante la mostra sulle architetture sironiane al Pac di Milano, qualcuno scrisse che bisognava fare gli scongiuri perché fra i disegni esposti si vedevano dei fasci littori. Sembrava che fossero passati i tempi (si era alle soglie del Duemila) in cui un’antologica di Sironi fu rifiutata in Germania per gli stessi motivi e Tadini intervenne (peraltro inascoltato) sul Corriere per dire che quel rifiuto era una vergogna. No, tutto passa tranne i pregiudizi, le menzogne e gli equivoci. Quelli non passano mai. Ma vediamo di soffocare la noia per tentare qualche ragionamento.
Va detto intanto che Dagen non è un esperto d’arte italiana. Ha ovviamente il dovere, in quanto cronista, di esprimere la sua opinione, ma tra questo e considerarlo una sorta di Mosè, di quinto Evangelista o, più modestamente, di nuovo Vasari, come da noi qualcuno ha fatto, c’è una certa differenza. Il massimo studioso francese sull’argomento è Jean Clair, cui si deve la fondamentale mostra «Les Réalismes», dedicata al classicismo moderno fra le due guerre e aperta al Beaubourg nel 1980. È strano che non sia stato interpellato. (Tra parentesi, Jean Clair sta preparando una grande antologica di Arturo Martini che si terrà a Milano e a Roma a fine anno: e questo si può già considerare un suo giudizio).
Quanto al rapporto fra arte e periodo storico occorre ribadire, caso mai ce ne fosse bisogno (ce n’è, evidentemente) che il pensiero e quindi le sue espressioni fra cui l’arte, hanno una loro indipendenza rispetto alle vicende storiche e politiche. I materialisti e i marxisti sostengono che la sovrastruttura dipende dalla struttura, ma sono rimasti i soli a ritenerlo. Se fosse come dicono dovremmo abbattere la Domus Aurea, costruita da quello stinco di santo che era Nerne, tiranno e assassino di cristiani inermi. Dovremmo depennare dai libri di storia dell’arte il Colosseo, terminato da Tito. Il quale è stato definito «delizia del genere umano», ma che razza di delizia fosse bisognerebbe chiederlo agli Ebrei, che sterminò e deportò in massa, dopo aver bruciato Gerusalemme. E, già che ci siamo, dovremmo chiudere i musei egizi, denigrare le piramidi, la Sfinge e gli obelischi, espressione di quel regime fascista che erano i faraoni e del loro Duce di turno, Cheope, Chefren o Micerino, che ve li raccomando quanto a democrazia.
La storiografia degli anni Ottanta e Novanta, che ha riscoperto l’arte italiana fra le due guerre (e non poteva fare diversamente, perché quei due decenni sono un’epoca d’oro della nostra pittura, scultura e architettura), si è affannata a separare radicalmente l’opera degli artisti dalla fede politica che avevano professato e per la quale, spesso, avevano pagato duramente dopo il 1945. Una tale separazione era necessaria, anzi indispensabile, altrimenti non si sarebbe potuto nemmeno intavolare il discorso.
Oggi, invece, la storiografia sta tornando ad analizzare quei legami: non per appiattire banalmente l’arte sull’ideologia, non per condannarla rozzamente in nome della politica, ma per capire meglio i fatti, le ragioni, le circostanze. Insomma, prima si diceva: Sironi è un pessimo artista perché era fascista. Poi si è detto: Sironi è un grande artista e basta. Oggi si incomincia a dire: accertato che Sironi è un maestro, che rapporti ha avuto col fascismo? Si tratta di un’analisi complessa, che richiede distinzioni e sfumature. Ma è una cosa ben diversa dai giudizi di certi commentatori, che confondono i procedimenti critici coi processi di epurazione.