L’inviata sul fronte delle passioni

Bella, energica, indipendente, la terza moglie di Hemingway fu la miglior reporter del ’900 Ora torna il suo «In viaggio da sola e con qualcuno»

Se qualcuno, anche innocentemente, ricordava a Martha Gellhorn il suo matrimonio con Ernest Hemingway, la conversazione si interrompeva e l’interlocutore diveniva un nemico. Quando i due si erano sposati, Ernest era un’assoluta certezza come scrittore e Martha una brillante promessa come giornalista. Il matrimonio durò una manciata d’anni, sufficienti per confermare la fama del primo, ma anche per modificare lo status della seconda: la guerra di Spagna e poi la Seconda guerra mondiale le diedero infatti il palcoscenico dove affinare uno stile e un modo di raccontare in cui c’erano, nettamente distinti, il bene e il male, gli eroi e le carogne, e l’inviato speciale era l’alfiere di un’idea e di una causa.
Così Hemingway si ritrovò un concorrente in famiglia e per di più una moglie che non stava mai in casa; e tuttavia la Gellhorn si rese conto che quella concorrenza rimaneva perdente nel momento in cui cercava di passare dalla realtà alla fantasia, dal racconto dei fatti, sia pure interpretato, alla loro rielaborazione e/o invenzione, e quindi al romanzo, sua grande e insoddisfatta ambizione. Qui l’ombra del marito si stagliava gigantesca, la condizionava nella scrittura e la schiacciava. Dall’ammirazione alla competizione, il passo è breve, dalla competizione all’odio è impercettibile. Martha fu l’unica fra le donne amate di cui Hemingway (del quale fu la terza moglie) abbia parlato con rabbioso disprezzo, «una iena» nel ricordo. Ernest l’unico uomo che Martha abbia cercato di cancellare dalla mente, «uno sgradevole mitomane». In realtà erano troppo simili perché potesse funzionare: entrambi egocentrici, egoisti, egotisti.
Nata nel 1908, la Gellhorn morì suicida nel 1998, poco prima di compiere novant’anni. Era pressoché cieca, aveva un tumore, camminava con difficoltà, soffriva di solitudine e, soprattutto, di «noia», quel misto di indifferenza, tedium vitae, stanchezza, da cui aveva cercato di fuggire per tutta la vita. Aveva esordito negli anni ’30, quando negli Stati Uniti c’era ancora la Grande Depressione, era divenuta famosa nei ’40, anni di ferro e di lotta, e questa fama l’aveva accompagnata fino agli anni ’60, quando i suoi reportage dal Vietnam fecero sì che fosse l’unica giornalista americana a cui non venisse rinnovato il visto d’ingresso nel Vietnam del Sud. Poi c’era stato una sorta di oblio, complice anche un blocco creativo, una difficoltà a scrivere che, in una perfezionista cresciuta alla scuola esigente di Hemingway, significava scontentezza e nessuna gioia, senso di impotenza e dolore.
Ma è anche vero che erano cambiati i tempi e che il giornalismo al servizio di una nobile causa aveva sempre più difficoltà a trovare una causa veramente nobile di cui valesse la pena mettersi a servizio. Poi, alla fine degli anni ’70 c’era stata come una resurrezione, propiziata da una generazione di scrittori quarantenni, per lo più inglesi, che avevano visto in questa donna di più di settant’anni, elegante, raffinata, indipendente, combattiva e per nulla accomodante, uno straordinario testimone del secolo: amica dei Roosevelt, cronista della guerra civile in Spagna e dei campi di concentramento in Germania, avversaria del maccartismo, viaggiatrice instancabile sempre in fuga da una nazione all’altra, da un continente all’altro. Così, i suoi vecchi libri furono ristampati e, ritrovata la vena, la Gellhorn ne fece di nuovi: In viaggio da sola e con qualcuno (Fbe edizioni, pagg. 303, euro 14) che esce ora in italiano, è uno di questi, A occhi aperti, pubblicato da Serra e Riva qualche anno fa, è un altro. Del resto, il suo ultimo reportage, sui bambini di strada in Brasile, Martha lo scrisse che aveva superato gli ottant’anni.
«Quando tu eri giovane» scrisse un giorno Edna Gellhorn alla figlia, «ciò che ti interessava era la Francia e tu scegliesti (o fosti scelta da) il più rappresentativo dei francesi che ci fosse a disposizione. Poi ti venne l’interesse per la scrittura, e così scegliesti (o fosti scelta da) quello che ritenevi fosse il miglior scrittore in circolazione. In guerra ti concentrasti sul coraggio e scegliesti (o ancora fosti scelta da) quello che forse era considerato il più coraggioso di tutti». In queste brevi considerazioni sono racchiusi un carattere e un modo di essere.
Il «francese» in questione si chiamava Bertrand de Jouvenel ed era effettivamente il concentrato di ciò che la Francia fra le due guerre potesse offrire al meglio, ma anche al peggio. Era nobile, figlio di un marchese, era bello, era disinibito. A sedici anni era andato dall’amante del padre, la scrittrice Colette, con il nobile proposito di difendere l’onore della madre. Come risultato c’era finito a letto ed era divenuto lo Chéri famoso del romanzo omonimo. Bellezza e disinibizione non significavano tuttavia fatuità e Bertrand de Jouvenel fu in quegli anni anche un intellettuale di fama e talento, giornalista politico e agitatore, uomo di sinistra ma tentato dalla destra, fautore di un’intesa tra Francia e Germania.
Martha se ne innamorò, o sarebbe meglio dire che decise di erigerlo a suo «eroe», che era intorno ai vent’anni, e lui era già sposato: rimase incinta, abortì, lasciò credere che ci fosse stato un matrimonio, ne utilizzò le numerose entrature nella vita politica e giornalistica per muovere i primi passi nella carriera. Bertrand disse che in lei c’era una combinazione fatta di «profonda rabbia contro l’ingiustizia, l’imbecillità e la debolezza, ma senza una reale compassione» e il giudizio è perfetto, perché la Gellhorn fu una furiosa assertrice dei diritti civili, sempre lancia in resta contro tutto ciò che le sembrava sbagliato, ma non riuscì mai a trasformare questo astratto impulso intellettuale in qualcosa di sentimentalmente più profondo. Come le dirà una volta Hemingway, «ami l’umanità, Martha, ma il tuo problema è che non sopporti la gente». Ovvero «fai sempre ciò che ti pare, come una bambina viziata. E sempre però per i più nobili motivi».
De Jouvenel, dunque, fu la porta d’ingresso nel bel mondo delle relazioni internazionali, così come Hemingway, «il miglior scrittore in circolazione», lo fu nel campo della carta stampata e dell’editoria. Quanto al terzo soggetto delle considerazioni materne, si trattò di James Gavin, a 36 anni il più giovane generale americano, il capo della 82ª aerobrigata, la Sicilia, la Normandia, le Ardenne come campagne militari. Per raccontare bene la guerra Martha aveva bisogno di un guerriero.
Tre personalità d’eccezione significano, in qualche modo, una donna d’eccezione più che una semplice collezionista di celebrità o un’arrampicatrice sociale. E indubbiamente Martha Gellhorn lo era. Bella, di una bellezza cinematografica, bionda, magra, gambe lunghe, naturalmente elegante, non aveva però nulla di quelle caratteristiche femminili che di solito a quel tipo di bellezza fanno corona: la ricerca delle comodità, del riconoscimento in società, il piacere del lusso, l’agiatezza. Non era, insomma, sotto questi aspetti, comprabile, il che vuol dire che non era in vendita. Si considerava «la peggiore compagna di letto dei cinque continenti»: nata all’inizio del ’900, rimanevano in lei gli elementi di un’educazione vittoriana, dove il sesso era più un dovere che un piacere, misti all’anticonformismo del nuovo secolo in cui l’emancipazione femminile era un dogma intellettuale.
Sostanzialmente frigida, la prima volta che provò veramente piacere fisico fu superati i quarant’anni, ma si trattò sempre di eccezioni rispetto alla norma. La sua idea del sesso può essere riassunta così: «Non è mai stato un problema, sarebbe come rifiutare un prestito a qualcuno». Ebbe molti aborti, molti amanti, un paio di mariti, adottò un figlio, ma se lo andò a cercare negli orfanotrofi dell’Italia uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale, un po’ come si fa scegliendo un cucciolo abbandonato nei canili municipali. Come madre non ebbe più successo che come amante. «Negli affari di cuore non ho mai avuto fortuna» confessò una volta. «In compenso sono stata fortunatissima con le donne di servizio».
Il fascino della Gellhorn stava nel carattere, in quel senso di assoluta indipendenza che impediva qualsiasi controllo altrui, nella mancanza di paura nei confronti della vita, o meglio nella capacità comunque di vincerla, in una libertà assoluta di giudizio e di movimenti che le impediva di non dire ciò che pensava o di non andare dove voleva. Dal punto di vista professionale questo significò un’assoluta dedizione a ciò che faceva, gli articoli e i libri che scriveva, una voglia di testimonianza e di protagonismo che nei momenti migliori fanno di lei uno dei grandi reporter, soprattutto di guerra, del ’900, la più grande in campo femminile; sotto il profilo umano, voleva dire una difficoltà ma anche una ricchezza di rapporti, la capacità di tagliare d’improvviso ogni legame ma anche di intrecciarne subito di nuovi, una curiosità onnivora che si tramutava in gusto della vita, il disprezzo per la sedentarietà, i compromessi, le limitazioni.
Solitaria per natura, la Gellhorn riuscì a non soffrire quasi mai di solitudine, o comunque a conviverci senza abbattersi. Ne pagò il prezzo, ma ritenne comunque che ne valesse la pena. A un amico che le chiedeva se non le pesasse questa condizione, rispose: «Mi sono sentita sola soltanto quando ero sposata».
In viaggio da sola e con qualcuno raccoglie una serie di reportage che fanno parte della miglior Gellhorn, ricchi di curiosità, humour, gusto del particolare, una scrittura secca, ma fatta di nuances, di sottointesi. È la Gellhorn non politicizzata, o meglio non ideologizzata, cioè al servizio di una causa. Curiosamente, per una che riteneva «l’obiettività una merda» c’era come contraltare l’idea che si dovesse scrivere sempre la verità, non mentire e non barare. Nella guerra di Spagna non scrisse mai nulla sugli orrori e gli errori del fronte repubblicano, così come dopo la fondazione dello Stato di Israele si rifiutò di ammettere l’esistenza di un problema palestinese. Erano cecità funzionali a uno stile emotivo: così come nella vita Martha cercava l’eroe con cui condividerla, nella scrittura cercava la causa nella quale credere. Mettere in discussione l’eroe voleva dire la crisi di un rapporto, non identificarsi nella causa per la quale combattere significava una crisi della scrittura. Trasportato nel campo della narrativa, ben cinque romanzi, questo meccanismo zoppicava; i caratteri rimanevano degli stereotipi, i dialoghi erano dei proclami, l’ego dell’autore si rivelava imbarazzante.
Dopo il suicidio, e secondo le sue indicazioni, il suo corpo venne cremato e le sue ceneri gettate nel Tamigi, all’altezza di Tower Bridge. La cerimonia avvenne con la bassa marea: «per continuare a viaggiare in mare aperto».