L’ira funesta di Genna l’apocalittico

Il poderoso libro (romanzo?) di Giuseppe Genna, Dies irae (Rizzoli, pagg. 760, euro 17,50), fin dal titolo rivela una visione del mondo mistica, apocalittica, persino liturgica, ma pervasa, oltre che da un’indignazione e da una volontà di denuncia quasi giovenaliane, anche da una sottaciuta e severa pietà. Quanto allo stile e ai molteplici contenuti, si pensa subito, facendo tuttavia le dovute differenze, a due importanti libri, il primo addirittura fondamentale per la storia letteraria del secolo scorso: Ulisse di Joyce e Il 42º parallelo di Dos Passos.
A Joyce, Genna è largamente debitore dello stream of consciousness, delle inesauste associazioni di idee, del discorso ininterrotto, della distruzione della sintassi tradizionale senza tuttavia cadere nella paratassi sistematica tanto amata da tutti gli scrittori che non sanno costruire un periodo; e, a volte, pur nell’accumulo di eventi, indulgendo a cadenze scopertamente joyciane, quali i bruschi arresti di un solo vocabolo e le frasi interrotte a metà da un punto, lasciando al lettore il compito di completarle mentalmente. Ma questo debito altro non è, credo, che una consapevole scelta per realizzare una propria opera originale, e comunque assai diversa dal modello. L’Ulisse, infatti, è essenzialmente un monumento all’ottimismo esistenziale di Leopold Bloom, appena scalfito dallo scetticismo ultraproblematico di Stephen Dedalus; mentre Dies irae è la ciclica rivisitazione di una società purgatoriale ove la condizione umana è ingannevole, continuamente lacerata dalla stupidità, dalla criminalità, dalla fatua verosimiglianza delle apparenze.
Più vicini dunque al realismo polemico e quasi cinematografico degli «Occhi sul mondo» che costellano II 42º parallelo, i contenuti di questo mirabile e struggente tour de force narrativo: si pensi alla ossessiva insistenza sulla morte di Alfredino nel pozzo artesiano di Vermicino, all’arteterapia dei pazzi nel loro habitat disumanizzante, all’impiccagione del banchiere e finanziere Calvi, appeso al ponte dei Frati Neri sul Tamigi, alle allucinate sensazioni degli astronauti lanciati nello spazio, alle oscure e forse micidiali trame della «loggia» P2. Tutto ciò ha uno straordinario fascino emotivo, e al tempo stesso diventa una vera e propria requisitoria, con mimesi negativa, contro l’uragano di notizie che quotidianamente ci sommergono quasi vaccinandoci, con l’abitudine, contro l’altruismo e la stessa umana capacità di soffrire.
In definitiva, questa opera inquietante costituisce anche un’immersione, salutare perché chiarificatrice, in un bagno di atrocità che dovremmo (ma forse non possiamo o non sappiamo) combattere o almeno esorcizzare. Tuttavia il testo genniano ha anche limiti ben precisi: ad esempio una progressiva oscurità di troppo funamboliche associazioni di idee, che fanno pensare, più che all’Ulisse, all’ultima ed estrema opera del grande scrittore dublinese, La veglia di Finnegan; d’altra parte, la volontà di sottrarsi alla propria «lussuria verbale» induce l’autore a semplificare i giudizi con l’improvvisa evasione in un misticismo non confessionale, ma esplicitamente classificabile come monoteista (e dunque cattolico?). Non è un caso che Dies irae, al pari del precedente romanzo genniano, Anno luce, termini con una catarsi religiosa, e l’invocazione ad un Essere supremo, unico e ubiquo, seguita dalla parola ripetuta tre volte in immediata successione, ma una sotto l’altra: Pace, Pace, Pace.