L’Irak chiede all’Italia di restare oltre il 2005

Nella nostra ambasciata una lapide dedicata alla memoria di Calipari

Emanuela Fontana

da Roma

Una visita lampo, e a sorpresa, per incontrare gli alti vertici politici, scoprire una lapide in memoria di Nicola Calipari, parlare con i soldati del contingente italiano. Ma è soprattutto un viaggio simbolico quello che il ministro degli Esteri Gianfranco Fini ha compiuto ieri in Irak: Fini è il primo politico italiano a recarsi a Bagdad dall’inizio della guerra, ossia da oltre due anni. Il suo è il primo viaggio nel cuore dell’Irak, in una città tutt’ora falcidiata dagli attentati e dove la pacificazione è ancora lontanissima. Un conto sono state le trasferte a Nassirya, molto più numerose, del governo, ma nella capitale la visita di Fini è stata accolta con grande positività da analisti politici e giornalisti iracheni perché, nella sua unicità, è «un chiaro messaggio del sostegno del governo italiano», valutano personaggi di spicco della cultura irachena. A Bagdad Fini ha incontrato il premier Ibrahim al Jafaari e il suo omologo, Hoshyar Zebari.
Il vicepremier ha ripetuto quanto aveva già detto in Italia nei giorni corsi: ogni decisione sul ritiro delle truppe italiane «verrà presa d’intesa con le autorità irachene e con gli alleati». E il governo di Bagdad avrebbe già deciso: chiederà al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite l’estensione del mandato della forza multinazionale. La richiesta verrà ufficializzata con una dichiarazione politica alla prossima riunione del 31 maggio dell’Onu a New York. Nel colloquio a due di ieri, Zabari avrebbe chiesto a Fini di far fermare le truppe oltre il 31 dicembre del 2005. Pubblicamente, durante la conferenza stampa che è seguita, lo ha ringraziato: «Abbiamo sentito - ha detto il ministro degli Esteri iracheno - che il governo italiano continuerà a mantenere le truppe fino alla fine dell’anno. Siamo grati per questi sforzi».
La presenza italiana, ha chiarito Fini, «dipende dal successo del nuovo governo eletto iracheno nel raggiungere la stabilità e la sicurezza ed è strettamente collegata al processo politico». Un processo di cui l’Italia si compiace «con vivissimo apprezzamento», ha detto il vicepremier, per come le autorità irachene «stanno lavorando per costruire la democrazia». Una democrazia che il terrorismo vuole ostacolare, «come cercò di impedire le elezioni - ha ricordato Fini - e non ci riuscì. Ora cerca di impedire l’approvazione della Costituzione e il referendum». Rispettare i tempi di queste scadenze vuol dire dunque «battere ancora una volta il terrorismo»: «La mia visita - ha detto infine il titolare della Farnesina - vuole testimoniare la consapevolezza che, seppur tra mille difficoltà le cose stanno cambiando».
Da Bagdad c’è stato anche un messaggio agli Usa: l’essere arrivati a conclusioni divergenti sull’inchiesta della morte di Nicola Calipari a opera di un soldato americano «non vuol dire che ci sia una crisi con gli Stati Uniti», ha sottolineato Fini. Poco prima aveva reso omaggio alla stele di bronzo, nella rappresentanza diplomatica italiana, alla memoria dell’agente del Sismi. Sulla lapide è stata posta la scritta: «Nicola Calipari Medaglia d’Oro al Valor Militare». Dopo la visita ai politici è stata la volta di passare in rassegna le truppe a Nassirya. «Siete dei pacificatori - ha detto Fini ai soldati che lo hanno incontrato -. C’è chi si dice pacifista, ma voi meritate un appellativo più nobile, perché portare la pace è più difficile e ci vuole responsabilità».
L’accoglienza a Fini è stata molto buona a livello politico. Per il viceministro degli Esteri, del partito comunista, Labid Abbawi, la presenza del vicepremier «è un grande sostegno politico e morale per noi. Fini - ha spiegato - ci ha ribadito la caratteristica umanitaria del contingente italiano».