L’ironico bagnino che salvò gli Usa dalle brutte acque

Ogni volta che teneva una conferenza, l’oratore invocava l’inserimento nella Costituzione di una norma che proteggesse la vita nascente. Intendeva frenare gli aborti e tutelare gli embrioni. Ciò corrispondeva alle sue personali convinzioni. Ma, in primo luogo, al desiderio di realizzare l’opera di Dio sulla Terra. Si era dato questa missione per ringraziare il Signore di averlo sottratto alla morte.
Il Nostro, per quanto discusso, fu senza dubbio un benefattore dell’umanità. Da giovane, si era mantenuto agli studi facendo il bagnino in Illinois, lo Stato dei Grandi Laghi. Aveva salvato la vita a ben 77 persone. «Nessuna mi ha mai ringraziato», diceva con evidente umorismo, poiché era improbabile che dei semi-annegati fossero nelle giuste condizioni di spirito per farlo. Settantenne, con le sue prediche e l’ottimismo che irradiava, aveva favorito l’assunzione a 16 milioni di senza lavoro dall’Atlantico al Pacifico. Un’opera colossale che rischiò di sfumare per colpa, se così si può dire, di Jodie Foster.
John Hinckley, uno psicopatico imbecille, si era innamorato dell’attrice premio Oscar vedendola nei film. Ignorando come avvicinarla, volle attirare la sua attenzione con un gesto clamoroso. Si appostò con un revolver nelle vicinanze dell’hotel dove il celebre oratore aveva tenuto l’ennesimo discorso e, quando uscì, gli sparò diversi colpi da distanza ravvicinata. Aveva mirato al cuore ma, essendo un ebete, lo sfiorò soltanto. Provocò, tuttavia, una violenta emorragia del polmone. Il ferito fu operato d’urgenza e si salvò. Hinckley finì in carcere anziché nella braccia di Jodie e il miracolato sciolse inni all’Onnipotente di cui era devoto.
Nonostante le sue origini fossero irlandesi, il Nostro non era cattolico. A dieci anni, era stato battezzato nella Chiesa dei Discepoli di Cristo, tra le innumerevoli sette protestanti degli Usa. Coi presbiteriani dell’Università di Eureka si era poi laureato in Scienze sociali. Emigrato dalla Contea di Tipperary in Irlanda era il nonno. Un poverocristo che, preso dalla difficoltà del nuovo ambiente, perse ogni radice. Peccato, perché della stirpe facevano parte, alla lontana, la regina Elisabetta II e il presidente Usa, John Fitzgerald Kennedy. Il padre, Jack, era un venditore ambulante di scarpe i cui affari andavano generalmente male. Quando per caso miglioravano, l’uomo festeggiava attaccandosi alla bottiglia. Per cui, o era sul lastrico o ebbro.
Il Nostro, a forza di volontà, uscì però dalla spirale. Terminati gli studi, divenne cronista sportivo alla radio. Era specialista di radiocronache di football americano, sport in cui era un asso. Si avvicinò al cinema e esercitò il mestiere di qua e di là della camera da presa. Allo scoppio della seconda Guerra mondiale aveva già 30 anni e sognava imprese eroiche. La sua leggenda racconta che fu arruolato come capitano dell’Air Force. In realtà, i dottori gli dissero che avrebbe «sparato al suo capitano», tanto la sua vista era debole. Così, restò a Hollywood e firmò come regista cortometraggi destinati alle truppe combattenti.
Nel dopoguerra, gli mise gli occhi addosso la General Motors che ne apprezzava l’oratoria. Il Nostro, simpatizzante della sinistra liberal, accettò di fare un giro di conferenze nelle fabbriche. Il suo tema preferito era la denuncia degli orrori del nazismo. Finché un giorno una donna gli fece osservare che c’era un altro «ismo» terribile, il comunismo, e che sarebbe stato suo dovere combattere anche quello. Alla successiva conferenza, il Nostro disse che se il comunismo si fosse dimostrato altrettanto pericoloso del nazismo, lui lo avrebbe combattuto. A questo punto, di solito scoppiava l’applauso. Stavolta, invece, fu accolto dal silenzio. Quel silenzio decise del suo futuro. Il Nostro capì che il comunismo e l’Urss erano sottovalutati e abbandonò i Democratici e gli industriali a loro legati. Divenne Repubblicano e fiero antimarxista.
Appoggiò negli anni ’60 la campagna presidenziale dell’ultraconservatore Goldwater e negli anni ’80 quella contro il debole presidente Jimmy Carter. Inventò questa storiella: «È recessione quando il tuo vice perde il lavoro. È depressione quando tu perdi il tuo. È ripresa quando Jimmy Carter perde il suo». Divenne nemico giurato dello statalismo e delle tasse, con lo slogan: «Il contribuente è uno che lavora per lo Stato, ma senza avere vinto un concorso». All’Urss rivolse la sua feroce oratoria. La definì «malvagia» e ne descrisse l’inferno quotidiano con questa barzelletta più volte ripetuta. Un russo entra in una concessionaria per acquistare un’auto. Gli viene detto che deve pagare subito ma che dovrà aspettare dieci anni per avere la macchina. Il cliente riempie caterve di moduli e, dopo aver pagato, il funzionario ripete: «Torni tra dieci anni». «Mattina o pomeriggio?», chiede l’altro. «È tra dieci anni, che importanza ha?», replica il funzionario. «La mattina aspetto l’idraulico».
Anche in questo modo, il Nostro fu tra gli artefici del crollo sovietico. Quando morì, novantatreenne, Margaret Thatcher disse di lui: «Vinse la guerra fredda senza sparare un colpo».
Chi era?