L’Islam ci odia, ma non è colpa dell’America

Anche dopo l'inaudito attacco terrorista a Sharm el Sheikh sento la sinistra suonare la stessa musica: colpa dell'America, a cominciare dal suo appoggio a Israele per finire all'Irak. Lo spartito comprende anche la pesante ironia sulla polizia inglese che uccide degli innocenti, mentre per combattere il terrorismo non serve la forza ma il dialogo, il voto agli extracomunitari e in buona sostanza la società multietnica, multiculturale e multireligiosa. Il tutto negando che quella in corso sia una guerra di civiltà. Si può essere più masochisti di così?



No, non credo, caro Lotari. La nostra sinistra così colta, così chic, si sta comportando come quel marito che per far dispetto alla moglie (l'America) si taglia quelle cose là. Eppure basterebbe che questi John Bobbitt in attesa della loro Lorena si rileggessero uno dei primi proclami diffusi da Osama bin Laden subito dopo l'11 settembre. L'odio dell'Islam (sì, lo so, si dice in giro che c'è anche un Islam moderato. Se è vero che c'è, dovrebbe farsi vivo) nei confronti dell'Occidente e della civiltà occidentale trae origine - garantisce bin Laden, uno che se ne intende - dallo smembramento dell'Impero ottomano, anno Domini 1918. E chi lo smembrò, forse lo Zio Sam? Va detto, ma Osama non lo ha fatto, che lo spezzatino era cominciato tempo prima: dopo la sconfitta (wow!) dei turchi a Vienna nel 1683 e la pace di Karlowitz nel 1699, l'Impero ottomano si ritrovò senza gran parte delle sue province europee e cessò di essere una grande, temuta potenza islamica. Da allora l'impero divenne il «grande malato»: ridotto a dominare sulla Turchia, la Palestina, il Libano, la Siria, l'Irak e parte dell'Arabia Saudita (la polpa, ovvero l'Higiaz, la regione di La Mecca e Medina) entrò in camera di rianimazione e si spense alla fine della Grande guerra. Nel '14 gli ottomani si allearono infatti con Germania e Austria-Ungheria. Andò come sappiamo e cioè che gli inglesi, ai quali stava a cuore il Medio Oriente vuoi perché dopo l'apertura del canale di Suez nel 1869 era divenuto base importante dei loro traffici coll'India, vuoi per il petrolio testé «scoperto» (1908) sollevarono le tribù arabe contro la Turchia. Lawrence d'Arabia. Timorosa che l'Inghilterra facesse la parte del leone, nel bel mezzo della guerra Parigi stipulò con Londra un accordo - noto come Sykes-Picot - per spartirsi le membra del «grande malato», cosa che poi regolarmente fecero.
La fine della più grande potenza islamica fu rappresentata dall'ingresso in Istanbul, in sella ad uno stallone arabo, del maresciallo di Francia Louis Felix Marie Franchet d'Esperey comandante delle truppe dell'Intesa schierate in Oriente. Successivamente si tenne a Parigi la conferenza di pace sigillata dal Trattato di Sèvres col quale l'Arabia otteneva l'indipendenza dell'Higiaz, la Francia imponeva il suo protettorato sulla Siria e il Libano, l'Inghilterra quello sull'Irak e Palestina. Tracciando sulle carte i confini con la matita blu, furono disegnati nuovi Stati, quale ad esempio il regno hascemita di Transgiordania e dell'Impero ottomano non restò più niente. I regimi delle nuove entità furono modellati su quello delle potenze protettrici, repubbliche per gli Stati controllati dalla Francia, monarchie per quelli di influenza inglese. Colonialismo? Sì, colonialismo; mitigato, mascherato, illuminato (il Libano ebbe una costituzione che garantiva la convivenza civile e politica fra cristiani maroniti, drusi e musulmani, un miracolo di equilibrio multiculturale, multietnico e multireligioso che resse ottimamente per oltre sessant'anni, fino a quando, nel 1982, i feddayn di Yasser Arafat, pace all'anima sua, non fecero saltare tutto a suon di kalashnikov), ma sempre di colonialismo si trattò. Faccenda, ecco il punto, che lo jihadismo pone come causa e origine della santa guerra terroristica. Faccenda dalla quale sono estranei gli Stati Uniti d'America. Che con le colonie e lo smembramento dell'Impero ottomano non c'entrano nulla, ma proprio nulla. E non lo dico io, lo dicono il capo e ideologo di Al Qaida, quell'incommensurabile delinquente di Osama bin Laden e gli incommensurabili delinquenti suoi adepti bombaroli e stragisti.
Paolo Granzotto