L’Islam e le parole che provocano incomprensioni

La resistenza di Mohammed Sayed Tantawi, il Grande Sceicco che siede ad al-Azhar al Cairo, alle proposte di rilasciare dichiarazioni comprensive dopo le recenti tensioni ha un suo fondamento da superare con molta difficoltà: Tantawi sa di cosa si parla e conosce il valore delle parole arabe utilizzate in questa occasione.
Decisamente antiche e moderne incomprensioni gravano sulla parola Gihad o Jihad, come altri trascrivono questo termine arabo. Oltretutto, in modo particolare oggi, l’uso improprio della terminologia appare dilagante da tutte e due le parti, non solo fuori ma anche dentro l’Islam.
Quando si vogliono usare termini delle nostre lingue come «guerra», «pace» e altri ancora, attribuendoli al vocabolario arabo-musulmano si possono ottenere distorsioni estremamente significative. Basti pensare alla parola salàm, entrata nel parlare quotidiano, come «pace». Ecco la distinzione: per la pace tra due schiere armate esiste un altro termine dato che in arabo, e nel mondo islamico, salàm vuol sì dire «pace» ma «pace celeste». Cosicché un musulmano, religiosamente istruito, dovrà rispondere all’infedele che gli augura «salàm a te», un quasi incomprensibile «salàm sui credenti» e mai «la pace su di te» (sottinteso «che non sei musulmano»). Non si dovrebbe tradurre gihad né con «guerra» né con «santa».
La parola usata dal Corano, che noi traduciamo da secoli con «guerra santa», significa «sforzo» sottinteso «sulla via di Iddio» e anche di più, come ben dice un catechismo islamico, che ha ben studiato Tantawi da piccolo: «Il gihad, secondo il metodo razionale, è la guerra dell’io contro le sue voglie e malvagità; è il controllo delle proprie passioni che allontanano dalla Legge. È preminenza della rettitudine sugli organi sensoriali, in aiuto a ciò che a essa compete; è lotta contro la violenza della collera, è timore per le forze diaboliche. E la prova di quanto diciamo sta in ciò che si tramanda del Profeta - sia su di lui la pace - quando disse, al ritorno da una spedizione, “siamo tornati dal gihad minore a quello maggiore, cioè alla battaglia dell’anima con le sue passioni, allo sforzo dell’obbedienza a Iddio, alle azioni in conformità con le sue leggi, che avvicinano a Lui...”».
Orbene, nonostante questo chiaro insegnamento, in perfetta malafede non solo verso di noi ma soprattutto verso gli sprovveduti che li ascoltano, i nostri dirimpettai sfoderano questo termine per eccitare le masse, una parola ripresa da un’innumerevole quantità di musulmani ignoranti e fanatici che a loro volta «ci marciano». Quando Bin Laden pubblicò la sua poesia, richiesto d’un commento, la classificai a livello di terza elementare e così giudico ciò che egli dice in piena ignoranza dell’Islam o in malafede.
Oltretutto, anche se gihad va considerato uno sforzo di guerra armata per la fede, va visto in varie fasi della storia dell’Islam. Il Corano fu rivelato ai primi credenti arabi che combattevano contro arabi pagani i quali volevano uccidere l’Islam nascente. Ma dopo la conquista dell’Arabia, l’Islam si diffuse nel Vicino e Medio Oriente, con un fenomeno tuttora inspiegato o malamente spiegato dagli storici, come “Stato” senza alcun proposito di conversione. Il cristianissimo Egitto dopo la vittoria dello Stato islamico sullo Stato Bizantino rimase tale.
Solo col tempo gli egiziani si convertirono all’Islam - ed è nel vero chi dice che ciò avvenne per non pagare le tasse che gravavano sui non musulmani - ma senza alcuna costrizione, tanto è vero che 10 milioni di egiziani sono tuttora cristiani. Così avvenne per i persiani e poi nei secoli sino alla conversione all’Islam dei padri degli attuali 250 milioni di indonesiani, che non han mai visto spade dell’Islam puntate a convertirli.
E in materia di termini islamici male applicati valga per tutti quello della «spada dell’Islam», che professori orientalisti e cortigiani consigliarono a Mussolini di costruire in bell’acciaio e sfoderare in Libia, davanti a dei musulmani i quali sapevano benissimo che «spada dell’Islam» è solo un titolo, come quello di Difensor Fidei che porta ancor oggi la Regina d’Inghilterra.