L’Islam moderato, una battaglia al femminile

Nel libro di Daniela Santanché, «La donna negata», tante storie di musulmane coraggiose

Elena Barbieri

Le fedeli musulmane di New York entrano in moschea dalla porta principale: l’ingresso secondario è un ricordo da quando l’imam del luogo di culto più importante d’America è Amina Wadud. Una donna, che ha una convinzione: «Saranno le donne musulmane a portare l’Islam nel nuovo secolo o non ce lo porterà nessun altro. E sapete perché? Perché non abbiamo nulla da perdere».
Amina non è soltanto Amina Wadud: è Amina Lawal, nigeriana condannata alla lapidazione per adulterio e per la quale il mondo intero si è mobilitato due anni e mezzo fa; è una trentenne algerina, immigrata nel nostro Paese e finita in ospedale per le botte ricevute dal marito. Non voleva accogliere in casa la ragazza che l’uomo si era scelto come seconda moglie.
Amina è un nome, una storia ed è il primo capitolo di La donna negata (Dall’infibulazione alla liberazione, recita il sottotitolo), il libro scritto da Daniela Santanchè per raccontare la condizione delle musulmane in Italia, un milione di donne alle quali, spesso, sono preclusi diritti elementari: il volume, edito da Marsilio, raccoglie le loro voci, testimonianze della capacità tutta femminile di reagire alla violenza con una forza che è, allo stesso tempo, un’immensa speranza.
«Tenetevi alla larga», raccomanda il messaggio lasciato il 2 novembre 2004 dall’assassino del regista olandese Theo Van Gogh, colpevole di aver portato sullo schermo gli undici minuti di Submission, la storia ispirata e scritta da Ayaan Hirsi Ali: e l’Europa, scrive la Santanchè, «imbocca senza esitazioni la strada che conosce meglio: fa finta di non vedere». Nessuna presa di posizione comune: non si tratta di grano o quote latte, ma del corpo delle donne musulmane. Ed è proprio il corpo femminile ad essere «il primo campo di battaglia dell’Islam radicale», il terreno su cui si gioca la partita del potere; perciò alla questione del velo sono dedicate molte pagine, in cui risuona il monito dell’antropologa iraniana Chahdortt Djavann: «Il velo certifica pubblicamente che, anche nelle libere democrazie dell’Occidente, le donne musulmane non sono esseri umani con gli stessi diritti giuridici, sociali e religiosi degli uomini ma il cardine di un mercato e del sistema che ne è alla base. Il velo è, a suo modo, una macchina da guerra».
Così, ricorda l’onorevole di An, molte immigrate rimproverano l’occhio che, puntato sul fanatismo, tralascia «il filo invisibile che tiene tutto insieme», l’abuso che non è cultura o religione ma, appunto, violenza. Dominano, su tutto, figure di donne coraggiose, da Leila Djitli, autrice di Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, a Farzara Samini, conduttrice di un talk-show «rosa» in Afghanistan. «C’è un Islam moderato, che vorrebbe cambiare le cose, fatto di donne e di giovani - spiega Hirsi Ali -. Ma è debole, insicuro, disperso nelle proprie paure: da solo, senza l’aiuto dell’Occidente, difficilmente ce la può fare». Una strategia di collaborazione concreta che la Santanchè delinea nell’ultima parte del libro, dove l’integrazione passa, innanzitutto, attraverso l’istruzione e la presa di coscienza dei propri diritti da parte delle immigrate.