L’ispettore Ferraro torna in una Milano più nera che noir

Più che un eroe, se dovessero chiedere all’ispettore Michele Ferraro come si sente, probabilmente risponderebbe «un reduce», un sopravvissuto a se stesso e agli eventi. Infatti non c’è stato nulla di eroico nel suo passato raccontato in romanzi come Per cosa si uccide, Con la morte nel cuore e Il giovane sbirro, pubblicati a partire dal 2004 dallo scrittore Gianni Biondillo. E non c’è nulla di grandioso ed epico nella sua vita nemmeno fra le pagine de I materiali del killer (Guanda, pagg. 359, euro 18), la nuova avventura dell’ispettore Ferraro.
Il quale deve combattere quotidianamente con i peli bianchi che infestano la sua barba, ha deciso di non affrontare più conflitti con la sua terribile sveglia, lotta per trovare parcheggio, sopravvive alle battute del collega Comaschi, cerca di evitare le ire del superiore De Matteis e si trova a occuparsi di casi criminali in una Milano che è cambiata alla velocità della luce, durante i tre anni in cui si è trasferito per lavoro a Roma. Il suo matrimonio è fallito e di proposito lui non ne ha raccolto i cocci, la relazione con il commissario Elena Rinaldi si è infranta e il rapporto con la figlia Giulia resta irrisolto. Ferraro le donne non le ha mai capite, né riuscirà a capirle mai, e deve farsene una ragione. L’unico suo talento innato, quello che lo fa sentire vivo, è un istinto naturale per la giustizia, unito alla cocciutaggine nel cercare di ottenerla costi quel che costi. E così, nonostante le sue ferite, in I materiali del killer l’ispettore accetta di occuparsi quasi contemporaneamente di due casi: il primo è apparentemente anonimo e ordinario, una rapina in villa finita con l’uccisione reciproca di rapinato e rapinatore, il secondo è la rocambolesca fuga di un pregiudicato africano dal carcere di Lodi. Della prima indagine apparentemente non vorrebbe occuparsi nessuno (anche perché è scomodo per chiunque muoversi fra le paludi ostili di un accampamento di zingari per scoprire le ragioni di un furto) mentre l’altra è nel centro del mirino dei media e non lascia letteralmente respiro al commissario Elena Rinaldi che l’ha avuta in carico.
E così, mentre la nebbia sembra essere tornata densa e pungente su Milano, Michele Ferraro vive in trincea nella nuova casa che ha rimediato in zona Pasteur. Un’ex portineria convertita ad alloggio dov’è circondato da condomini ostili i quali gli fanno persino rimpiangere Quarto Oggiaro dove, tutto sommato, sono sempre esistite leggi non scritte di onore e rispetto a lui congeniali. Con lo scorrere delle pagine, fra una puntata nella Svizzera, dove la corruzione e i traffici sono tutelati dal confine, e uno sguardo sull’Africa capace di importare nuova criminalità, Biondillo presenta un Ferraro solo apparentemente sradicato dal mondo che lo circonda, suggerendoci che la serenità forse potrebbe baciare anche lui se solo accettasse di far parte di una stramba famiglia composta da «una puttana in là negli anni, una ragazzina dodicenne, un frocio con manie da drag queen, uno sbirro e una ex moglie».