L’isteria nucleare in prima pagina

A sentirla raccontare non ci si crederebbe. Ieri Repubblica titolava in prima pagina: «Terremoto in Giappone, fuga radioattiva», ove si annunciava che 1 litro e mezzo di acqua radioattiva fuoriuscita da una centrale si era riversata in mare. Titolo di seconda pagina: «Paura nucleare». Titolo di terza pagina: «Incubo per un’altra Chernobyl». Non so voi, ma io trovo raccapricciante questo uso strumentale delle disgrazie.
Oltre che offensivo nei confronti delle vere vittime della vera causa: una decina di morti, centinaia di case distrutte e migliaia di evacuati a causa del terremoto. E invece no: la prima pagina, e poi la seconda e anche la terza sono costruite attorno a quel litro e mezzo d’acqua radioattiva «finita in mare». Peccato che se la controllaste prima di mangiarla, trovereste radioattiva anche l’insalata del vostro prossimo pasto, per via del potassio-40.
Col tempo si scoprirà che l’acqua «radioattiva» versatasi in mare è poco più di un metro cubo. Ma fa lo stesso: in un Giappone che ospita 53 reattori nucleari attivi, che danno al Paese quasi 1/3 dell’energia elettrica, uno dei più forti terremoti mai subiti, con epicentro a pochi chilometri dal reattore ha, come conseguenza, il riversamento in mare di un metro cubo d’acqua contaminata. Il che è, in verità, una prova ulteriore della sicurezza del nucleare.
Ma per qualche misteriosa ragione le prime pagine di alcuni giornali tendono a diffondere il messaggio opposto. Ecco cosa riportava sabato scorso, sempre in prima pagina, il Corriere della Sera: «In Piemonte le scorie d’Italia, col 75% dei rifiuti radioattivi nazionali». Non si capisce se intendono dire «solo il 75%» o «ben il 75%»: nel secondo (e più probabile) caso, la notizia rassicurante è che il resto dell’Italia sarebbe, radioattivamente parlando, incontaminata, cosa che il cronista del Corsera si guarda bene dal notare. Ci tiene invece a far notare i camini della centrale di Trino «che fan paura a sol vederli» (ma il vapore che fuoriesce dai «camini» di un reattore nucleare in esercizio è acqua purissima) e che vi sarebbero 8 lavoratori contaminati e le falde acquifere inquinate dallo stronzio-90. Mi sono informato: in entrambi i casi sono stati registrati valori di poco superiori allo zero strumentale. Il che è vero per tutti noi e probabilmente vero per tutte le acque del mondo, contaminate dello Sr-90 dalle centinaia di test nucleari occorsi negli anni Sessanta.
Un altro «incidente nucleare» riportato dai media è avvenuto pochi giorni fa nella centrale di Garigliano: due donne delle pulizie accusano un improvviso malore. Trasportate d’urgenza in ospedale raccontano che lavorano in un locale che ospita rifiuti radioattivi. I medici dispongono accertamenti per verificare il livello di contaminazione radioattiva delle due donne e avvertono immediatamente i carabinieri, i quali dispongono le verifiche. Siccome la sola apparecchiatura esistente nella regione si trova proprio presso la centrale di Garigliano, le due donne, ricaricate in ambulanza, vengono trasportate alla centrale, stavolta accompagnate dai carabinieri. Qui sono sottoposte al «total body scanning», in grado di rivelare anche minime tracce di contaminazione. Risultato: sulle donne non esiste alcuna traccia di contaminazione né i locali da esse frequentati presentano traccia di radioattività.
Dopo alcune ore i carabinieri tornano alla centrale e chiesto di parlare ancora con il responsabile gli riferiscono che alla foce del Garigliano è stata rinvenuta una mucca morta, «si ritiene a causa delle esalazioni radioattive» provenienti dall’impianto. L’esterrefatto tecnico non può che dichiarare che dall’impianto, spento definitivamente nel 1978, non può essere uscito niente. I carabinieri lo stesso trascinano il poveretto sino al luogo della mucca, ove si scopre che il povero animale non è affatto morto, ma si è rotto una zampa scivolando in un fosso.
Questo è il clima, signori. Dagli tsunami ai terremoti, dai capogiri da caldo alle vacche cadute nel fosso, ogni scusa è buona per indottrinare che il nostro problema è un giorno il riscaldamento globale e un altro il nucleare: fateci l’abitudine, vi aiuterà a dimenticare i veri problemi.