L’Italia è fatta, almeno in difesa

Salto, 100mila abitanti nel cuore dell'Uruguay, è la città dei condottieri. Da quelle parti ha combattuto Garibaldi, ma a Salto sono nati, nello spazio di pochi giorni del 1987, Cavani e Suarez. E se l'ariete del Napoli non sta vivendo un momento particolarmente brillante, "El Pistolero", con il poker rifilato al Cile venerdì scorso, è balzato agli onori delle cronache sportive e promette di ripetersi contro gli azzurri a Roma.
Luis Suarez, nome e cognome ingombrante, ha dovuto sgomitare per ricavarsi un posto al sole. Aveva appena nove anni quando percorse da solo in autobus i 500 chilometri che separano Salto da Montevideo per sottoporsi a un provino organizzato dal Nacional. Il responso fu un colpo al cuore prima ancora di poter dimostrare l'abilità con la sfera di cuoio. «Ero poverissimo all'epoca, il quarto di sette fratelli - racconta - e mi trovai di fronte a un bivio, o il biglietto del bus o le scarpe da pallone». Ovviamente Suarez scelse di investire i pochi pesos nel viaggio della speranza, ma senza scarpette bullonate lo rispedirono al mittente.
Un episodio che ha segnato la sua vita, divisa a metà tra il calcio e la beneficenza. Ogni mese infatti versa 10mila dollari ad "Asilo de los Huérfanos", associazione del suo Paese che si occupa dei bambini di strada. Quelli che anelano tra le altre cose a un normalissimo (e usato) paio di scarpe. Il talento del Pistolero è affiorato in tutta la sua disarmante evidenza. Ingaggiato poi per davvero dal Nacional di Montevideo, è esploso in Olanda nel Groningen prima di diventare tiratore scelto dell'Ajax e di recente del Liverpool. «Sono il calciatore più fortunato al mondo. In Olanda mi ha allenato Van Basten e in Inghilterra Dalglish, sfido chiunque a trovare due maestri altrettanto fenomenali». Ex campioni che di sicuro avranno raffinato la tecnica di un diamante che allo stato grezzo aveva comunque ben pochi rivali in circolazione tra i suoi coetanei.
I quattro gol al Cile nella gara valida per un posto ai mondiali brasiliani hanno fatto il giro del globo, quasi quanto il morso all'avversario del Psv Otman Bakkal nel 2010 (sette giornate di squalifica). Ripetersi, non da cannibale, contro la squadra di Prandelli è più di una tentazione per chi è stato rivelazione ai mondiali sudafricani e "Most Valuable Player" alla recente Coppa America. E a chi gli domanda se ha mai pensato all'Italia lui risponde serafico: «Qualche sondaggio c'è stato, ma nulla di concreto».