L’Italia vorrebbe più mercato i suoi governanti ancora no

Nuovi partiti, possibili nuovi scenari, ma nel panorama politico italiano rimane un vuoto inquietante: l’assenza di una politica liberale. Un esempio macroscopico viene dalla testimonianza di un articolista del Sole24Ore il quale giorni fa riferiva in un editoriale che in ambienti internazionali c’è persino chi, a proposito della vicenda Telecom, teme per l’Italia una deriva latino-americana alla Chavez.
Esagerazione? Eppure Mario Monti, economista assai responsabile, non ha esitato a dire in un dibattito pubblico: «Non c’è più il comunismo, ma non c’è ancora il libero mercato». È innegabile che in Italia ci sia una preoccupante involuzione nel rapporto Stato-mercato, come sempre Monti ieri ha insistito in un editoriale sul Corriere della Sera.
Constatazioni non diverse vengono da fonti tutt’altro che di destra: Nicola Rossi per esempio da poco allontanatosi dai Ds dopo una lunga collaborazione con D’Alema e Fassino; Bruno Tabacci, che viene dalla base di Marcora e oggi milita con spirito autonomo nell’Udc di Casini; Lamberto Dini, ex presidente del Consiglio, oggi collocato nel centrosinistra ma non insensibile ai canoni liberali.
Ci si poteva aspettare, almeno sul caso Telecom, qualche osservazione garantista da parte del «liberalizzatore» Bersani e dal titolare dell’Economia del governo in carica, Padoa-Schioppa, ma ne è venuto solo silenzio, e pour cause evidentemente. Sicché lo scempio antiliberale e antiliberista di queste ultime settimane non ha avuto alcuna disapprovazione da parte del governo e dalla sua maggioranza.
Fastidiosi certamente i richiami dell’ambasciatore Usa Spogli: la sua lettera al Corriere la si può anche considerare irrituale, ma come negarne l’oggettività? Ci ha spiegato perché i capitali stranieri se ne stanno lontani dall’Italia. I dati forniti sono allarmanti: negli ultimi sessant’anni in Italia sono pervenuti investimenti americani per 26 miliardi di dollari, contro ben 324 miliardi in Gran Bretagna, 86 in Germania, 61 in Francia, 43 in Spagna. Sono dati che rappresentano un vero pugno nello stomaco della nostra politica economica. Del resto, anche dai vertici europei di Bruxelles non è mancato un duro monito anche se l’onorevole Prodi farisaicamente lo ha voluto giudicare generico.
La verità è che i nostri guastatori sono nelle istituzioni: Bertinotti, terza carica dello Stato, si è esibito, quasi un rottweiler, contro il capitalismo, in compagnia di una schiera non proprio esigua di sinistra radicale. Un ministro, l’onorevole Di Pietro, forse senza rendersene conto, invoca italianità fuori luogo in materia economica. E Prodi non si è mai sforzato di dar prova di sostegno a una politica liberale, anzi talune sue recenti dichiarazioni sono state espressioni di disprezzo per l’economia libera.
Due anni fa pubblicai su 24Ore una breve analisi sulla crisi del capitalismo italiano. Mi replicò Dario Antiseri, liberale classico: il nostro, disse, è «un Paese sostanzialmente illiberale». Era il 2005. Si direbbe che illiberale lo stia diventando sempre più, nonostante la effimera stagione di privatizzazioni e liberalizzazioni. È un fatto inconfutabile che nella nostra economia sono aumentate le interferenze politiche. E non solo in economia, purtroppo.
Quali rimedi a una involuzione così grave e preoccupante? Uno, meramente culturale, potrebbe essere una sorta di Senato liberale, quasi un magistero di autorevoli esponenti della cultura liberale, che presidi e difenda, lontano da ogni compromesso, valori, principi e soluzioni, senza i quali potrà pur essere una democrazia, che so, socialista, cattolica o laica. Ma non certo liberale, che è tutt’altra cosa.