L’«italo Amleto» gli tolse ogni dubbio

Il corpo del Nostro non fu mai più ritrovato, caduto forse nello Ionio nel corso del breve tumulto. L’impari battaglia tra Greci e Turchi era stata concitatissima, ma era durata solo un’ora. Iniziata alle undici del mattino dell’8 maggio 1825, già a mezzogiorno Soliman bey era padrone del campo. Conquistata l’isola, il condottiero ottomano si apprestava a espugnare la città di Navarino, separata da un esiguo braccio di mare. Prima però, seguendo i dettami della pietà e dell’onore, lasciò che i nemici seppellissero i loro morti.
Fu così che il geologo e combattente piemontese Giacinto di Collegno, subito accorso da Navarino, constatò che, per quanto rovistasse il campo di battaglia, del suo amico e corregionale non era rimasta traccia. Andò allora dal colonnello ottomano che aveva comandato la carica vittoriosa per chiedere se avesse per caso notizie del disperso. Il baffuto ufficiale, tale Schultz, era un esule polacco che per anni aveva appoggiato, armi in pugno, i nascenti nazionalismi europei nei più diversi Paesi. Finché, ormai deluso e di mezza età, era diventato mercenario del Sultano. Così, paradossalmente, si trovava adesso al fianco del tiranno turco contro la Grecia che combatteva per la sua indipendenza.
Quando Schultz sentì pronunciare da di Collegno il nome del Nostro ebbe un tuffo al cuore. «Il conte era qui?!», esclamò. «Mai avrei pensato che la vita ci avrebbe di nuovo avvicinati e, ahimè, per metterci l’uno contro l’altro. Né mai potrò ora perdonarmi di essere stato io a causare la morte di un tale uomo. Che Dio abbia pietà di me». Schultz, commosso, si mise personalmente alla ricerca del corpo assieme alle truppe. Ma tutto invano, nonostante l’impegno. Il conte piemontese era scomparso per sempre. Il suo nome però entrava nella leggenda.
Quattro anni prima, Schultz e il defunto si erano conosciuti a Savona in circostanze degne delle loro vite avventurose. Il Nostro che formalmente era ancora ministro delle Guerra del Piemonte, era stato fatto arrestare da re Carlo Felice. Tradotto nel carcere ligure, attendeva con poche speranze le decisioni del sovrano che lo accusava di alto tradimento. La condanna a morte era infatti scontata e arrivò puntualmente per lui e altri cento congiurati. Prima però, Schultz - che all’epoca si trovava nel Regno sabaudo, attratto dai moti costituzionali piemontesi - organizzò un assalto al carcere dove il ministro, di cui era ammiratore, era prigioniero. Alla testa di una trentina di giovani, il polacco attaccò il presidio dei carabinieri e, dopo una cruenta scaramuccia, liberò il Nostro. I due, che non si erano mai visti prima, si abbracciarono un istante. Poi via di corsa, ciascuno per la strada diversa che il destino aveva loro segnato. Il conte cercò la libertà a Parigi. Qui scrisse un opuscoletto, La rivoluzione piemontese, in parte racconto della sua vita, in parte resoconto del primo tentativo di fare del Regno sabaudo la leva dell’unità italiana.
Il Nostro, figlio di un generale dell’Esercito sardo e lontano parente del futuro primo ministro, conte di Cavour, era un Gran Maestro della Loggia dei Federati italiani. Fu lui a mettersi alla testa della cospirazione di una piccola pattuglia di nobili e borghesi per modernizzare il Piemonte. Il momento pareva favorevole poiché reggente dello Stato - durante il confuso passaggio di consegne tra Vittorio Emanuele e Carlo Felice - era il giovane Carlo Alberto, di sentimenti notoriamente liberali. Toccò al Nostro cercare di convincere il principe di Carignano a promulgare il nuovo Statuto e a combattere gli austriaci che minacciavano di soffocare con le armi la ribellione napoletana del 1821. «Altezza - gli disse nel celebre incontro notturno in Palazzo Carignano - tutto è pronto. Non si aspetta che il vostro consenso».
Carlo Alberto accettò di appoggiare la congiura e nominò il Nostro ministro. Ma, incerto per natura, «l’italo Amleto» voleva e disvoleva e, a furia di tentennare, mandò tutto all’aria. Fu così che re Carlo Felice riprese in pugno la situazione. Frantumò la congiura, cacciò dal regno il reggente e fece arrestare il Nostro che, come abbiamo visto, sfuggì avventurosamente al capestro.
Preso ormai di mira da tutti i governi della Santa Alleanza, il conte dovette da Parigi cercare rifugio a Londra. Qui, inquieto come sempre, prese a parteggiare per la causa greca. Si imbarcò così per l’isola di Sfacteria dove trovò la morte per mano di chi gli aveva salvato la vita.
Chi era?